Dalle stelle alle stalle


03tatagroup1Tata , il segno dei tempi

 

Ogni civiltà, lo insegna la storia, conosce uno zenit e un nadir: come dire passa dalle stelle alle stalle. Lo stesso in genere è accaduto ai grandi guerrieri: che ingloriosa fine hanno fatto Giulio Cesare, Napoleone, Hitler?

La decadenza è insita nella vita delle società e dei suoi leader; tanto più si sale verso l’empireo, tanto più rovinosamente si cade nella polvere. E’ una lezione di vita che spesso sfugge a chi coltiva grandi ambizioni. Basta guardare alla fine dell’antica Roma, al tramonto della Francia e dell’Austria imperiali o al ridimensionamento dei territori della Spagna monarchica di quel Carlo I che vantava di possedere un regno così vasto sul quale non vi si vedeva mai tramontare il sole.

I tempi attuali ci stanno mostrando che una nuova era è iniziata, e non vede più l’Occidente come unico e solo protagonista: dal nulla sono emerse nuove potenze economiche, come la Cina, il Brasile e l’India, un tempo considerati poco più che terzomondo.

E proprio dall’India, colonia britannica per cent’anni, arriva il segno del cambiamento, anzi lo smacco per i suoi vecchi colonizzatori. A simboleggiarlo è l’industria numero uno di quel Paese, la Tata Group. Il colosso indiano fu fondato da Jamshedji Tata (nella foto, morto nel 1904) 370394_html_64ceb9ddfiglio di una famiglia di sacerdoti devoti a Zoroastra. Ebbene quel ragazzo che nel 1859 completò gli studi in un college inglese all’epoca delle prime rivolte anti britanniche e poi, di commercio in commercio, gettò le basi per un’industria che produceva ferro e acciaio, è stato il promotore della principale azienda dell’India che oggi sta creando seri problemi alla Gran Bretagna. Tata Group, 108 miliardi e 780 milioni di dollari di fatturato nel 2015 e 600.000 dipendenti nelle sue 100 società (29 quotate in Borsa), ha annunciato di voler vendere le acciaierie che possiede in Galles. La notizia è di quelle he fanno tremare i polsi a Londra, dal momento che resterebbero a spasso 4.000 dipendenti, più altri 5.000 dell’indotto. Il motivo è ragionevole, dato che le acciaierie di proprietà Tata in Gran Bretagna vanno malissimo, nonostante il gruppo vi avesse investito molto per risollevarle da una forte crisi: un miliardo e 300 milioni di euro per la sola acciaieria di Port Talbot che oggi perde 300 milioni di sterline all’anno, cifra ragguardevole anche per un colosso come quello indiano.

Corsi e ricordi della storia, verrebbe da dire. Tanto più che gli indiani di Tata già avevano comperato dagli inglesi due prestigiosi marchi automobilistici come Jaguar e Land Rover. Tra le molte aziende che Tata ha rilevato in Gran Bretagna c’è anche la Tetley , our-rangeil marchio di tè preferito dagli inglesi che quindi devono ringraziare gli indiani se possono continuare a bere il tè che gli piace tanto. E, si sa, che se a Jaguar e Land Rover gli inglesi possono rinunciare…

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