Sbarco di immigrati a Pozzallo


 

IMG_1955Quelle bimbe col cappottino…

 

Per i molti carabinieri, poliziotti, guardiacoste, finanzieri, volontari della Croce Rossa Italiana, della Protezione Civile – di Save the Children – di Emergency della Sicilia e per gli ispettori europei di Frontex , il 30 maggio 2016 è un giorno come tanti, perché al porto commerciale di Pozzallo (Ragusa) è atteso l’ennesimo arrivo di circa 300 immigrati salvati in mare. Per i 300, per me e per quattro ragazzi del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo (venuti per girare un documentario) è un contatto con un mondo del tutto nuovo.

IMG_1846Alle 8,45 arrivo alla banchina dove già ci sono alcune troupes televisive e la nave della Guardia Costiera Dattilo sta per attraccare. Rapidamente si predispongono le strutture di prima accoglienza e in due ore e mezza sarà tutto finito, per lo meno il primo round. Il rituale è ormai di routine perché qui vengono sbarcati molti degli immigrati recuperati al largo della Libia e ciascun soccorritore sa molto bene cosa deve fare. Fortunatamente questo carico umano non prevede bare, tra loro solo qualche ferito e qualche malore, come un somalo colto da ictus e trasportato a terra in elicottero: il fratello più giovane viene soccorso con particolare cura dal medico che lo affida a un’infermiera la quale l’abbraccia e lo copre per fargli ombra; poi dopo l’identificazione, un agente in borghese lo accompagna all’ospedale dal suo congiunto.

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Tre giorni in mare

Sulla nave, dietro i tanti marinai in tuta bianca mascherina e guanti, si intravedono gli uomini che presto toccheranno per la prima volta la terra europea: sono soprattutto somali, poi eritrei e una o due famiglie di siriani che col biancore della loro pelle e i tratti somatici simili ai nostri fanno pensare a europei finiti in mezzo al Mediterraneo per caso.

IMG_1909Quando la macchina organizzativa è a punto e sono ormai sistemati i primi pullman dai sedili rivestiti col cellophan, viene dato l’ordine e la scaletta si popola di coloratissimi vestiti: i primi a scendere sono le donne, donne che a differenza di chi seguirà indossano l’abbigliamento tradizionale del loro Paese. I maschi sembrano più poveri, abiti grigi, spesso senza scarpe, qualche maglietta del Milan IMG_2128o degli Emirates ; uno indossa una giacca elegante, altri giubbotti invernali su pantaloni estivi. Sono smarriti, i loro sguardi incrociano i nostri curiosi, mentre noi filmiamo e fotografiamo come se ci trovassimo allo zoo. Eppure sono loro quelli che si muovono e che presto se ne andranno mentre noi restiamo fermi ad aspettare. Sono stanchi e smarriti e sbarcando nessuno si lascia andare ad espressioni di gioia; anzi non parlano proprio, solo qualcuno bisbiglia al compagno di viaggio, ma non sento una sola voce sebbene mi trovi a meno di cinque metri e in alcuni casi a due. Non capiscono cos’è tutta quella gente che li indirizza sotto due gazebo della Croce Rossa e della Protezione Civile Siciliana, che fa cadere a terra le infradito davanti ai piedi di chi arriva scalzo, IMG_2099che gli passa il metal detector attorno al corpo e poi li fotografa di fronte e di lato con quello strano foglietto in mano che riporta pochi numeri, la parola Pozzallo e la data 30 maggio 2016.

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Sul pullman verso ignoto destino

Finito il rituale, uno ad uno salgono sui pullman ricevendo da una ragazza della CRI una bottiglietta di acqua minerale. Qualcuno sorride e tutti, con lo sguardo o le parole, le dicono grazie quando la volontaria li avvisa che sono arrivati in Europa e che sono i benvenuti in Italia. Nessuno, tranne i siriani e pochi altri, ha con sé un bagaglio: arrivano senza portare null’altro che i vestiti che indossano, e a volte neanche quelli, come capita ad alcuni ragazzi che per questo hanno ricevuto in dono una tuta bianca dell’equipaggio della Dattilo . Stanchezza e intontimento sono evidenti sulle loro facce.

IMG_2057L’attesa sul pullman col motore spento e senz’aria fresca è lunga, ma dopo l’avventura passata, il caldo è gran poca cosa. Poi partono per il centro di prima accoglienza che si trova nella stessa area della Dogana; a meno di un chilometro sono attesi da altri carabinieri, poliziotti e militari che li sottoporranno a un’ulteriore perquisizione, questa volta alla vecchia maniera, senza ausilio di strumenti.

Siamo stati in mare tre giorni , dicono alcuni ragazzi da dietro le sbarre della recinzione. Gli inviati di Frontex che si turnano da diversi Paesi europei, si accertano che le procedure siano rispettate, filmano ogni cosa.

IMG_1890Giù il velo per la foto

Il primo impatto con l’Italia, per le donne di certo è strano, ma nessuna si lamenta. Poche rifiutano l’invito dei carabinieri e delle poliziotte a scoprirsi il capo per farsi fotografare dalla Polizia scientifica. Una agente ricorda ai colleghi che quel gesto richiesto dagli italiani è paragonabile al nostro doverci spogliare nudi in pubblico e che non è il caso di forzare chi non vuole accettare.

IMG_1876Tutto procede con una strana naturalezza, come se anche per gli immigrati si trattasse di un copione già vissuto; come per me che l’ho visto tante volte in televisione, ma fino ad ora appunto, solo alla tv. Finché con la famigliola siriana arriva la prima emozione. Vedo quelle due bambine che su più strati di maglie indossano i loro cappottini color confetto. Ci sono più di 24 gradi all’ombra e il sole picchia forte anche perché qui siamo più bassi di Algeri e Tunisi. Eppure li tengono addosso forse temendo di perderli nella confusione che in realtà non c’è perché tutto si svolge ordinatamente. Spaurite, le bimbette cercano conforto nello sguardo della mamma che finge indifferenza mentre si abbassa il velo in un gesto da non fare mai alla presenza di uomini. Ho visto prima lo stesso sguardo smarrito nel figlio di una somala spogliatasi del chador: chissà cos’avrà pensato…

IMG_1983Poi arriva un giovane padre col bimbo in braccio, pure loro siriani, vestiti bene, la maglietta azzurra con la scritta Italy indossata per l’occasione, per creare il contatto giusto con gli stranieri che li ospiteranno meglio che sanno fare. Qui al porto, almeno qui e ora, tutti li stanno accogliendo con grande umanità e perfino io, nella goffaggine del mio ruolo di curioso avvoltoio di immagini, cerco di rendermi utile per far capire almeno a qualcuno di loro che sono arrivati nel posto giusto: così alzo una mano in un gesto di saluto mentre passo di fianco al pullman pieno di disperati in attesa di un qualsiasi destino. E il qualcuno risponde con la mano e con un sorriso. Quello scambio umano mi dà uno strano sollievo, come se anch’io avessi fatto la mia parte, eppure non ho fatto proprio nulla.

 

IMG_2036Presi due scafisti

Dalla nave scendono anche due giovani, in tempi diversi, e dopo le foto di rito vengono presi in consegna dagli agenti e caricati sulle auto civetta della polizia: sono gli scafisti.

Alle 11 e 15 è tutto finito. Le armi sequestrate ai clandestini restano dimenticate sul tavolino di plastica: un tagliaunghie e uno specchietto rotto.

Si ritirano le bottigliette e i biscottini per i bambini che sono avanzati e si disfano i gazebo, via le ambulanze venute inutilmente, via tutti. Poco più avanti un’altra inattesa emozione. L’ultimo pullman che aspetta di scaricare il carico umano, fatto dei ragazzi più giovani, somali ed eritrei, aspetta davanti alla porta del grande centro di soccorso militarizzato (82 metri per 35) che fortunatamente è dotato di aria condizionata, ma come sfogo all’aperto ha solo un piazzale asfaltato.

IMG_2154Benvenuti in Ammerica 

Passandogli a fianco scatto qualche foto ai ragazzi che guardano fuori il nuovo mondo, la loro Ammerica : qualcuno sorride, tanti mostrano con orgoglio il foglietto con la loro nuova identità, fatta di due o tre numeri e una lettera, il loro modo per dire che sono, esistono, e quel foglietto ne è la conferma. Altri ancora uniscono le dita a formare un cuore. E’ il loro grazie per essere stati salvati, è il loro grazie all’Italia e lo stanno dicendo a me che vengo sorpreso dall’emozione e li saluto col pollice alzato e la mano sul cuore. Spero per loro che i prossimi mesi non li portino a pentirsi di aver voluto sopravvivere alla guerra e alla fame. Io li lascio lì dentro a quel centro off limits per tutti i giornalisti, e me ne vado con uno strano sentimento: un po’ di angoscia, ma anche un senso di gratitudine per chi li ha aiutati con umanità e per quanti hanno cercato di comunicarmi, con la parola universale dei gesti, il loro grazie e quella loro grande semplice gioia di vivere che noi abbiamo smarrito.

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