Bimbi in fuga


walaa

Incubi che non diventano mai sogni

 

C’è qualcosa di più disarmante degli occhi tristi di un bambino?

C’è. Sono gli occhi di una piccola rifugiata di 5 anni che da quando è nata ha vissuto solo bombardamenti, suoni spettrali che bucano lo stomaco e non fanno dormire, schegge impazzite che diffondono brandelli di carne insanguinata attraverso le finestre chiuse fin dentro la tua cameretta.

shirazSono gli occhi impietriti di Shiraz, bimba siriana di 9 anni che guarda nel vuoto dal lettino del campo profughi di Kobane in Turchia.

raliaSono gli occhi chiusi di Ralia e Rahaf, fratellini di 7 e 13 anni fuggiti da Damasco col papà dopo che mamma e fratello sono stati uccisi da una granata: per le strade di Beirut in Libano dormono sui marciapiedi raggomitolati sopra i cartoni. Da un anno.

sheldE’ il sonno vittorioso e buono di Shedh, 7 anni, che dorme sull’asfalto al confine ungherese nell’interminabile attesa di una “fine viaggio” che non arriva mai, e sogna forse quel che disegnerà al risveglio su pezzi di carta trovati nell’immondizia: armi, l’oggetto più familiare della sua breve vita.

abdullahSono gli occhi di Abdullah, 5 anni abbandonato su un materasso puzzolente fuori della spettrale stazione di Belgrado in Serbia, persi nel ricordo della sorella uccisa in casa sua a Dar’a.

tamamLa piccola Tamam, 5 anni, piange e ha sempre paura del suo cuscino che le ricorda le notti dei bombardamenti aerei su Homs.

Chi ridarà vita a questi occhi, luce a queste piccole anime cresciute troppo in fretta?

Nella mostra Dove dormono i bambini il fotografo svedese Magnus Wennman magnusha riunito alcuni scatti da lui fatti sulla via dell’ipotetica salvezza, tra i campi profughi del Medio Oriente e l’inospitale Europa, là dove gli incubi di un popolo in fuga avrebbero dovuto trasformarsi in sogni finalmente sereni.

Basteranno questi sguardi, questi corpicini indifesi raggomitolati in cerca di qualcosa di materno e di umano, a far breccia nei muri alzati qua e là sul nostro continente? Potranno scalfire le anime di pietra che hanno dimenticato le guerre che anch’esse portano dentro, vissute da nonni e genitori, scolpite per generazioni nel loro Dna? Protetti dai reticolati, scaldati da morbide coperte, guardiamo e commiseriamo quella povera gente in cerca di umanità. Ma se bussano alle nostre porte diciamo con voce ferma: “Andate da qualcun altro, qui non c’è niente!”

Non ho conosciuto la guerra, l’ho sentita raccontare. C’è una sola famiglia in Italia e in Europa scampata a privazioni o lutti nei due grandi conflitti del Novecento? Mia nonna mi raccontava di essere stata sfollata coi genitori, la sorella e migliaia di altri; dai dintorni di Gorizia fuggirono a San Leucio in provincia di Caserta, quando nella prima guerra mondiale la città giuliana finì in prima linea: un forzato viaggio della speranza in vari punti d’Italia per 250.000 friulani dal 1915 al 1917. Nonna festeggiò al sud il 12°, 13° e 14° compleanno accolta dalla grande ospitalità dei campani a cui rimase legata per tutta la vita.

1916-clelia-e-anita-sfollate-a-fossanoAlle splendide foto di Magnus Wennman aggiungo il bianco e nero di nonna Clelia (a destra) con la sorella Anita, immortalate nel 1916 durante il loro esilio. C’è differenza tra rifiuto e accoglienza? Lo spiega lo sguardo sereno delle due bimbette, in piena guerra; che dice anche come forse fosse meno dura la vita dei rifugiati di guerra cent’anni fa.

Dal sito Onu dell’Agenzia dei Rifugiati UNHCR le foto dei piccoli rifugiati e le loro storie di ieri e oggi.

http://www.unhcr.org/news/stories/2016/6/5702c1594/where-the-children-sleep.html

 

 

 

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