Festa dell’8 marzo


Le donne da Sant’Antonio

8 marzo sui generis a Padova nella basilica di Sant’Antonio, dove tre guide illustreranno uno specifico itinerario al femminile: una sorta di via crucis (in gran parte dedicata a figure laiche) che ha per “stazioni” dodici donne ricordate nella chiesa e nel chiostro da affreschi, iscrizioni, busti e pietre tombali. Il percorso (tre turni di visite su prenotazione infobasilica@santantonio.org – 049 8225652) voluto dal rettore Oliviero Svanera e dalla presidente della Veneranda Arca del Santo Giovanna Baldissin, diventerà con grande probabilità uno dei tour tematici per i fedeli del Santo.

La storia insegna che anticamente le donne venivano pubblicamente ricordate (da morte) solo come pretesto per celebrare la grandezza dei nobili mariti; mariti che nella basilica (e in genere nelle chiese più importanti) gestivano spazi di culto e avevano diritto di sepoltura per sé e per la propria famiglia.

 

Giacoma scelse Donatello

Ecco quindi nella cappella del Santissimo Sacramento che fu della famiglia di Erasmo da Narni, l’affresco che ricorda l’originario cielo quattrocentesco voluto dalla rietina Giacoma Bocarini Brunori di Leonessa per rischiarare la tomba dei suoi cari e la sua. Era stata lei a scegliere lo scultore più bravo del tempo – Donatello da Firenze – per realizzare la statua equestre in bronzo con cui la Serenissima Repubblica intendeva celebrato il marito di lei, il condottiero umbro Erasmo detto il Gattamelata morto a Padova nel 1443, a cui il doge doveva per la conquista di Verona avvenuta quattro anni prima. La statua che da oltre 600 anni è ammirata sul sagrato (2 milioni e mezzo di visitatori fanno tappa ogni anno al Santo di Padova) fu realizzata dall’artista sessantenne in una casa di via Cappelli, vicina alla basilica, e da lì trasportata dopo la demolizione di parte dell’ingresso del laboratorio per farla uscire vista l’imponente mole. Fu la prima grande statua in bronzo realizzata dopo il Marco Aurelio dell’anno 176 (oggi a Palazzo dei Conservatori di Roma).

Giacoma, con la nipote e la moglie di un compagno d’armi del marito, è sepolta nella cappella al Santo e forse sue sono le vesti quattrocentesche sulle quali ora sta intervenendo la restauratrice Anna Passarella: frammenti di una manica e parte di una sopravveste in seta rossa con fili d’argento: gli unici tessuti di abiti civili dell’epoca rinvenuti in basilica.

 

Marchesa assassinata dal conte violentatore

Il tour Sante colte e coraggiose, voluto da Messaggero di Sant’Antonio, Basilica e Veneranda Arca di Sant’Antonio, inizia dal punto più antico della basilica di Sant’Antonio, la cappella della Madonna nera dove nel Duecento si trovava la chiesetta di Santa Maria Mater Domini in cui sant’Antonio amava pregare, confessare e celebrare la messa: fu proprio lì che chiese di essere sepolto. A pochi metri dalla sua tomba, nella cappella della Madonna nera che la famiglia Obizzi aveva in giuspatronato (diritto di sepoltura, impegno alla manutenzione e sacerdote officiante) c’è la lapide (foto) che ricorda un fatto di sangue avvenuto nel Seicento: l’assassinio della marchesa Lucrezia Dondi dell’Orologio, sgozzata nel 1654 in camera da letto dal conte Attilio Pellegrini, amico di famiglia. Le cronache raccontano che la padovana Lucrezia, andata in moglie a 17 anni al marchese Pio Enea II degli Obizzi (proprietario del castello del Catajo), era diventata un’ossessione per il conte il quale, nascostosi nel palazzo di lei quando il marito era in viaggio, nottetempo la sorprese nel letto nuziale e per il suo probabile rifiuto la trafisse con un pugnale al collo e al seno.

Rimesso a piede libero per insufficienza di prove l’assassino otto anni più tardi venne ucciso a Pontecorvo da Fernando, figlio della vittima.

 

La prima donna laureata al mondo

Un’altra celebre figura femminile rappresentata in basilica è la prima donna laureata al mondo, la veneziana Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, a cui nel 1727 venne dato l’onore di un busto (con epigrafe) sul colonnato della navata centrale, realizzato da Giovanni Bonazza (foto della presentazione post restauro).

Come spiega Federica Crisci che guida la visita, quando a 32 anni Elena si laureò in Filosofia ad acclamarla venne così tanta gente che la cerimonia fu spostata dal Bo alla cattedrale. E ciò avvenne nonostante il cardinale Gregorio Barbarigo si fosse imposto per impedirle di studiare Teologia, materia che riteneva troppo delicata perché una mente femminile vi si potesse avvicinare. Nonostante la sua fama si fosse diffusa in tutto il mondo, Elena (nata nel 1646 e morta a Padova a 38 anni) non poté mai insegnare, giacché all’epoca quella era una professione inconcepibile per una donna.

 

Uccide la moglie, poi la celebra 

Sotto l’affresco della crocifissione di Altichieri da Zevio (1330) che nella cappella di San Giacomo presenta un Cristo lasciato solo da tutti tranne che dalla madre e da Maddalena, un’iscrizione voluta da Marsilio da Carrara, secondo signore di Padova dal 1324 al 1328 e dal 1337 al 1338, ricorda le spoglie della prima moglie Bartolomea Scrovegni, sorella di Enrico Scrovegni, il ricco ebreo che fece erigere e affrescare da Giotto la Cappella Scrovegni, morta a Brescia nel 1333: Qui giace Bartolomea degli Scrovegni moglie dell’illustrissimo combattente Marsilio II, fece scrivere semplicemente l’uomo che da subito fu sospettato di aver fatto avvelenare la consorte per sposare otto mesi dopo la giovane e più potente Beatrice, figlia di Guido da Correggio.

 

Il prof è via? Moglie velata in cattedra

Tra le dodici donne ricordate nel tour c’è anche santa Rosa da Lima patrona dell’America Latina (foto sotto), ma è nel chiostro della Magnolia che ci sono altre antiche curiosità, come il terzo sarcofago più vecchio della basilica (1275) che appartiene a Costanza d’Este e al marito Guido; e la lapide tombale di Bettina di San Giorgio (foto). Bettina era una nobildonna del Trecento, che fin da piccola aveva “respirato” giurisprudenza. Figlia di Giovanni d’Andrea rinomato docente di Diritto canonico all’Università di Bologna, che dovette lasciare perché colpito dall’editto del cardinal Orsini, si trasferì a Padova con la famiglia; Bettina sposò Giovanni di San Giorgio, pure lui giurista canonico all’Ateneo bolognese. Sia lei sia la sorella Novella erano talmente preparate da sostituire i loro mariti nell’insegnamento all’Università. Così quando il prof. Giovanni non poteva recarsi a lezione, Bettina si copriva il volto e lo sostituiva in cattedra. Questo almeno è giunto fino a noi a livello di leggenda: lo studio di Guido Rossi in proposito afferma che forse citando Bettina di San Giorgio, che era certo molto preparata in materia di Diritto canonico, si è sempre confusa una Bettina Gozzadini vissuta a Bologna cent’anni prima. Come ricorda in un suo studio la ricercatrice Giulia Foladore, in epoca medievale non era raro che la moglie o la figlia di un docente universitario tenesse dei ripassi a pochi studenti nello stesso luogo dove marito o padre insegnavano: non essendoci ancora delle aule preposte per le lezioni, queste avevano luogo in una sala vicino a casa o addirittura in casa del professore.

 

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