Quando il destino chiama


Questione di attimi

 

Una giornata in mezzo alla natura, tra il verde della macchia mediterranea più meridionale d’Italia sotto l’intensità azzurra del cielo di marzo. L’abbiamo trascorsa camminando cinque ore immersi all’interno del silenzio del canyon siciliano di Cava d’Ispica (Rg), sul letto del fiume Busaitone che nei millenni ha scavato un canalone di 13 km e che solo pochi giorni fa è improvvisamente ricomparso sotto forma di alluvione trascinando tonnellate di grandi pietre in ogni dove, per poi tornarsene completamente asciutto come sempre: gigantesco fantasma amico e nemico insieme. 

Tutto intorno a noi, molto sopra di noi che in serpentoni umani nel trekking organizzato da Legambiente circolo Il Melograno con le associazioni Tulime onlus e Cava d’Ispica, seguivamo curiosi il richiamo di una natura possente e rispettosa, centinaia di occhi ci spiavano dalle millenarie rocce: buchi scavati dai cavernicoli in tutto il percorso che separa Modica da Ispica. Centinaia di case scavate nella pietra e affacciate su ambo i lati dello strapiombo, al riparo da animali e predoni, a pochissimi chilometri dal mare che fu naturale approdo per tante navi che qui, colonizzatori e clandestini, esportarono la civiltà ellenistica. Difficile dire quando l’uomo primitivo vi si insediò, è più semplice dire quando gli ultimi abitatori lasciarono questi loculi di Spaccaforno (antico nome del luogo) popolati fino al terremoto del 1693, ma in alcuni casi anche fino agli anni Cinquanta.

 

L’epilogo

Dopo il pranzo al rifugio Pernamazzoni a base di cibi locali (pasta e ceci, pecorino al peperoncino, ricotta al miele, crema al timo e Capuliatu, salsa a base di pomodorini secchi) la giornata volgeva alla ritorno. Una breve visita a un “condominio” di grotte e poi via verso l’uscita della valle, accolti sull’uscio da una coppia di fratelli curiosi: due cavallini amanti di carezze e contatto umano, quasi a ricordarci fino alla fine che la natura ama chi è disposto ad amarla mettendosi sulla sua stessa lunghezza d’onda. 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ed eccoci sull’ultimo tratto verde, ultimissima pattuglia degli ottanta “esploratori” (siciliani, romani, toscani, anche francesi e inglesi). Siamo in cinque: con me e Laura il presidente dell’associazione Cava d’Ispica Nino Lauretta, zio di Laura, il figlio di lui Luca e la sua ragazza messicana Tanya. Ci fermiamo sotto le fronde di un grande carrubo perché vogliamo capire chi cerca di spaventarci lanciando sassi contro i suoi rami e ne anima le foglie. Non vedendo nessuno il gruppo riparte, ma Laura, la più curiosa, si intrattiene gridando: “Chi c’è?, C’è qualcuno?”. Io sono ancora sotto il cappello dell’albero e avverto che le foglie si agitano più di prima, anche in completa assenza di vento. Improvviso l’urlo di Luca che sta davanti a me: L’alberooooo! 

 

In una frazione di secondo intuisco: quel flash associa urlo – albero – scricchiolio crescente – albero che sta per cadere su di me. Il cervello comanda: Via! E corro a più non posso, convinto che gli ultimi rami stiano per abbattersi sulla mia testa. Il “craaaack” si fa sempre più forte e incombente. Non sento la stanchezza delle gambe, non sento lo zaino in spalla, semplicemente fuggo con uno scatto, senza aprire bocca perché il cervello davanti al pericolo è programmato esclusivamente per salvarti la vita e mette in moto forze inaspettate, le tue forze “di riserva” che stanno nello zainetto Istinto di sopravvivenza sempre pronto all’occorrenza. In un attimo alle mie spalle sento il tonfo dell’albero che batte sul suolo, le fronde emettono un suono frizzante, come di vento che soffia su migliaia di foglie. Ma c’è poco da ridere. Mi fermo e guardo dietro. L’albero è a terra, il sentiero su cui eravamo un attimo prima non esiste più. Non so se ho gridato Laura! ma sapevo che Laura, molti passi dietro a me, era rimasta là sotto, non aveva avuto il tempo di scappare via. Mi prende l’angoscia, sono certo che sia morta schiacciata da tutti quei rami fitti e grossi. Non può essersi salvata. La grandezza di quella vista occupa tutto il mio campo visivo, così ci metto qualche terribile secondo ad accorgermi che un passo dietro di me c’è Laura, distesa a terra, caduta nell’estremo tentativo di evitare gli ultimi rami che si stavano abbattendo su di lei e che sono caduti a un metro e mezzo dalle sue gambe. Ce l’ha fatta, è viva! E pure sana e salva, solo una leggera escoriazione al mento: un sasso ne ha frenato lo slancio in avanti. La soccorro, le bagno la testa perché avverte dolore, le viene da vomitare, ma non ha battuto, si sente rintronare il cranio probabilmente per l’eco del colpo sul mento. E’ scioccata, sono scioccato pure io, lo siamo tutti e cinque. E’ un miracolo. E l’albero è lì a terra dietro di noi che non abbiamo saputo decifrare la sua voce, i suoi richiami, il suo Fate attenzione, sto per spezzarmi. Se fossimo gente di montagna lo avremmo capito subito, pensiamo. Ora lo sappiamo anche noi. Siamo vivi, questo è l’importante. Però bastavano pochi secondi in più o in meno, per rimanerci sotto; un attimo di indugio, l’incapacità di decifrare l’urlo di Luca, o se lui non si fosse voltato a guardare l’albero accorgendosi che le foglie si stavano muovendo eccessivamente in assenza di vento, e saremmo rimasti lì; se non mi fossi messo a correre, Laura, che aveva solo sentito gridare ma non che cosa, sarebbe rimasta lì.

La vita è fatta di attimi, di coincidenze, di casualità o di appuntamenti col fato: partire da casa un attimo prima o un attimo dopo ci può salvare da un incidente mortale, e magari non lo sapremo neanche mai…

Il destino ci stava aspettando in quel preciso istante, non uno di più non uno di meno. E ha deciso che non era ancora il momento. Lui lo sapeva da sempre, noi lo abbiamo appreso in quell’attimo che separa la morte dalla vita.

Foto del giorno dopo. Ovviamente si torna sempre sulla scena del “delitto”. Anche perché abbiamo sentito che quest’albero fa parte di noi, ha attraversato come un lampo la nostra vita lasciandoci delle forti emozioni. Avrebbe potuto cadere sul gruppo, sui bambini, avrebbe potuto essere definitivo per noi trascinandoci nel suo abbraccio mortale; invece ha resistito fino alla fine, lanciando i suoi gemiti di dolore. E così facendo ci ha graziato. Gli siamo riconoscenti.

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3 risposte a “Quando il destino chiama

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