Lo Stato del fumo


Monopòli (sulla salute) di Stato

 

L’Italia ha il suo Ministero della Salute che si prefigge di tutelare il diritto alla salute e alle cure dei cittadini. Bene. Da anni questo Dicastero mette in guardia i fumatori dai rischi della nicotina, con campagne recentemente piuttosto forti: nelle foto alcuni esempi di “terrorismo psicologico” (in chiave positiva) per indurre a non comprare i pacchetti di sigarette. Ovviamente la voglia di soddisfare un piacere immediato che deriva dalla dipendenza fisica- psicologica- comportamentale dalla nicotina, è più forte della paura di morire per il fumo in un arco di tempo imprecisato: quindi se la neo mamma fumatrice probabilmente si lascia convincere dalla foto del bimbo piangente in una nuvola di fumo, altri si spaventano meno di fronte al rischio cecità o infarto o fumo passivo.

Ma se da un lato un Ministero fa il suo dovere di prevenzione, nel contempo un altro Ministero – quello delle Finanze – continua a riscuotere dal monopolio sul tabacco all’incirca 15 miliardi di euro all’anno (nel 2010 secondo il 15° Rapporto Nomisma lo Stato ne incassava 13,7).

Di fronte a uno Stato schizofrenico le cose sono due: o il fumo non fa male, e quindi gli avvertimenti del tipo Il fumo uccide vanno eliminati, o il fumo fa male e allora bisognerebbe chiedersi perché lo Stato italiano continua a lucrare vendendo prodotti che nuocciono gravemente alla salute e possono portare alla morte dei suoi cittadini. Ragionando col bilancino del dare- avere, all’Italia conviene di più incassare 15 miliardi di euro all’anno di accise su sigarette e affini spendendo per contro circa 9 miliardi in costi sanitari… Se poi aggiungiamo i quasi 12 miliardi e mezzo di costi per la mancata produttività degli ammalati da fumo, le cose cambiano.

 

Uomo avvisato…

Sono 83.000 gli italiani morti ogni anno per cause legate al fumo (un quarto delle vittime ha tra i 35 e i 65 anni); in Europa ogni anno le sigarette uccidono 700.000 persone e altre 19.000 muoiono per aver respirato molto a lungo il fumo degli altri. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha identificato 15 tipi di tumore correlati al fumo, e sappiamo che delle oltre 4.800 sostanze chimiche che compongono il fumo di una sigaretta (più molte altre aggiunte legalmente dai produttori), 70 sono strettamente connesse con i tumori. Ecco la composizione chimica del fumo di sigaretta e le differenze tra le marche (studio dell’Istituto Superiore di Sanità)

http://www.iss.it/binary/fumo/cont/composizione_chimica_fumo_sigaretta.pdf

 

Qualcuno obietterà che, in assenza del Monopolio statale, sigarette e sigari sarebbero comunque venduti dai privati… Quindi ci teniamo lo status quo e plaudiamo allo Stato che spende sia per curare i tumori da fumo sia per avvisare che ciò che ci sta vendendo ci farà morire. E pazienza se ci guadagna sulla pelle di un’ottantina di migliaia di italiani che ogni anno cinicamente scelgono di morire in questo modo.

 

In fumo… il Pil della Danimarca

Il mercato mondiale di tabacco vede la Cina al primo posto come produttore davanti a Russia, Stati Uniti, Indonesia, Giappone, Germania, India, Turchia, Corea del Nord e Vietnam. Come ricorda il sito Linkiesta.it i ricavi delle sei maggiori compagnie del tabacco sono stati nel 2013 superiori a 44 miliardi di dollari, ossia più elevati del Pil della Danimarca.

 

L’Italia del fumo

In Italia a fumare sono 11 milioni e mezzo di persone (oltre il 20% della popolazione, per il 27,3% maschi). I dati del Rapporto 2016 dell’Osservatorio Fumo, alcol e droga dell’Istituto Superiore di Sanità indicano che i maschi fumano più al Centro Italia (30,4%) e le femmine al Nord (19,9%) e che tuttavia l’acquisto di sigarette è in drastico calo rispetto al 1998 quando annualmente in Italia se ne vendevano 91 milioni di kg: nel 2015 i kg sono stati 73,8 milioni. Pochi sanno che nell’Italia del Nord esistono 208 servizi territoriali anti fumo, 86 al Sud e 69 al Centro (telefono verde gratuito 800554088).

Il 28,4% dei fumatori italiani indica di far uso quotidiano di oltre 20 sigarette; il 27,4% ne fuma tra le 10 e le 14; il 17,6% da 15 a 19; il 15,3% da 5 a 9 e l’8,3% ne fuma meno di 5 (il 2,9% non risponde). I più forti fumatori hanno quasi sempre più di 65 anni.

 

Il 31 maggio 2017 l’Organizzazione Mondiale Sanità indice la Giornata mondiale senza tabacco.

 

Religione e fumo

Che gli Stati abbiano sempre lucrato sul fumo è storia antica. Curioso scoprire che i primi a farlo in Italia furono i custodi della fede cristiana. La prima fabbrica di tabacco in Italia sorse a metà del Settecento nello Stato Vaticano, voluta da papa Benedetto XIV in via Garibaldi a Roma, sotto il Gianicolo. Ma ancor prima fu di almeno due alti prelati la responsabilità dell’arrivo e della diffusione del tabacco in Italia nella seconda metà del Cinquecento, una cinquantina d’anni dopo la scoperta di queste erbe nel Nuovo Mondo, portate in Europa dal religioso padre Ramon Pané e coltivate per la prima volta in terra europea nel 1558 dal filosofo Damiano de Gois a Lisbona.

E’ al cardinale romano Prospero Publicola di Santacroce (nato nel 1513, nel ritratto), definito spregiudicato e amante del denaro, che si deve l’ingresso del tabacco in Italia. Quand’era nunzio apostolico in Portogallo conobbe l’accademico Jean Nicot ambasciatore di Francia a Lisbona dal 1559: da lui ottenne un po’ di semi pétun giunti dai Caraibi; quelli che Nicot fece provare alla regina di Francia Caterina de’ Medici con buoni esiti contro l’emicrania e che da lui presero il nome di herbe à Nicot (in seguito nicotina), ma che in Italia si chiamarono erba Santacroce. Una volta da noi questi semi furono coltivati dai monaci cistercensi nei pressi di Roma.

Quasi nello stesso periodo il monaco André Thévet cappellano della regina di Francia vantava di aver introdotto per primo in Francia tali sementi giunte dai Caraibi alla Spagna con i primi viaggi di Cristoforo Colombo.

Nel 1570 il vescovo fiorentino Niccolò Tornabuoni, ambasciatore di Toscana alla corte di Francia, portò in Italia i semi di quella che grazie a lui fu chiamata l’erba tornabuona. Quei semi esotici provenienti dall’isola caraibica di Tobago il vescovo li regalò allo zio Alfonso Tornabuoni vescovo di Sansapolcro (Arezzo), il quale li piantò nel giardino del vescovado che all’epoca si trovava a soli 4 km dalla Repubblica di Cospaia, piccolo Stato indipendente tra la Repubblica di Firenze e lo Stato Pontificio. Dal giardino del vescovo le erbe ben presto si diffusero in tutta la micro Repubblica (250 abitanti su 330 ettari), al punto da venir inserite nella bandiera ufficiale assieme a due ruscelli e a due pesci . Nella Repubblica umbra di Cospaia – zona franca priva di dazi – sorsero quindi le prime coltivazioni di tabacco sul suolo italiano.

Nel 1604 in Europa arrivarono i primi allerta: re Giacomo I d’Inghilterra scrisse un libricino dal titolo Una forte opposizione al tabacco in cui spiegava che il fumo era nocivo ai polmoni e al cervello. Nel 1634 anche lo zar di tutte le Russie Michele Romanov ne proibì vendita e consumo sull’intero territorio dell’Impero: tra i contrabbandieri di tabacco di quel periodo c’erano molti preti greci i quali, visitando la Russia, vi introducevano ingenti quantità di tabacco per farne notevoli profitti.

Nel Seicento il fumo era così diffuso che nel 1650 Papa Innocenzo X minacciò la scomunica a chi avesse fumato dentro la basilica di San Pietro. Molto più avanti negli anni, nel 1757, i monaci benedettini di Chiaravalle in provincia di Ancona diedero ad alcuni privati la concessione di produrre tabacco: la fabbrica nacque due anni dopo sui resti di un loro antico mulino. Insomma, l’avidità vince sempre sul bene comune: una vecchia storia sempre attuale.

 

 

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