Apolide suicida


In memoria di Moammed Sceab

 

Quella di Moammed Sceab, egiziano di nobile stirpe libanese, sembra una storia d’oggi, ma ha cent’anni. Era un ragazzino ricco quando i genitori lo fecero studiare nel prestigioso liceo svizzero di lingua francese Ecole Suisse Jacot di Alessandria d’Egitto dov’era nato nel 1887. In quella scuola conobbe Giuseppe, un italiano di un anno meno di lui, nato nella sua stessa città, ma certo non così benestante perché il babbo (toscano di Lucca, di cui era rimasto orfano a 2 anni) con la moglie vi si era trasferito come operaio impegnato nella costruzione del Canale di Suez. I due familiarizzarono subito, condividendo la passione per la poesia e, nel primo decennio del Novecento, anche l’impegno politico. Insieme presero a frequentare la soffitta di un italiano di Lucca, di pochi anni più grande, tale Enrico Pea: un tipo strano, imbarcatosi per l’Egitto analfabeta a 16 anni, con la smania per i traffici, che dopo aver imparato a leggere e scrivere, grazie alla conoscenza di Giuseppe si innamorò della letteratura. Per inciso va detto che Giuseppe di cognome faceva Ungaretti. La soffitta di Pea, dove Giuseppe fu ospitato assieme a tanto legname di color rosso e a fette di marmo, venne battezzata Baracca Rossa e presto divenne circolo letterario e luogo d’incontro di socialisti e anarchici di mezza Europa.

Gli spensierati anni dell’adolescenza li trascorsero insieme, Moammed e Giuseppe, finché nel 1912 a 24 anni, quest’ultimo si trasferì a Parigi dove proseguì gli studi all’Università La Sorbonne e al Collège de France. Con lui c’era naturalmente l’amico Moammed e al Quartiere Latino di Parigi condivisero la stanza dell’hotel Rue de Carmes 5 vicino al Pantheon. In quell’ambiente artistico particolarmente vivo insieme conobbero l’estroverso scrittore Guillaume Apollinaire che si era già fatto dieci giorni di galera perché falsamente accusato di aver rubato la Gioconda (trafugata nel 1911 al Louvre dal varesino Vincenzo Peruggia); oltre a lui anche Pablo Picasso (pure sospettato del furto), Amedeo Modigliani, Giovanni Papini, Giorgio De Chirico, Georges Braque, Ardengo Soffici, Aldo Palazzeschi.

Giuseppe e Moammed poetavano, ma non avevano ancora dato alle stampe nulla. Ungaretti per la verità era riuscito a far pubblicare il libro di poesie Fole, ma scritto da Enrico Pea, stampato a Pescara nel 1910. Ungaretti diede alle stampe il suo primo libretto di liriche Il porto sepolto in piena Grande guerra, nel 1916; Moammed non fece in tempo a far fruttare le sue riflessioni in francese firmate con lo pseudonimo Marcèl e rispondenti a una poetica strettamente legata alla ragione (dirà Ungaretti), così lontana dal suo ermetismo. Non fece in tempo perché la mattina del 9 settembre 1913 alle 7 la donna delle pulizie dell’albergo lo trovò disteso a letto, ancora vestito e incredibilmente sorridente, la sigaretta spenta sul comodino e tutti i suoi componimenti (novelle e poesie) irrimediabilmente distrutti. Quel ragazzo discendente di emiri nomadi libanesi aveva amato Nietzsche e le ubriacature di assenzio: come avrebbe potuto amare anche la quotidianità delle fatture a cui il lavoro di contabile lo richiamava ogni giorno, e il suo nuovo essere francese nella Ville Lumière così distante dalle “sue” tende nel deserto? Chi era diventato Moammed che ripudiava perfino la sua religione? Non era veramente francese, ma non era più veramente arabo. Sradicato. Apolide col passaporto.

Molti anni dopo Ungaretti attribuì quel suicidio all’impossibilità di incontrare dentro di sé l’altra civiltà in cui era stato gettato e parlò di urto e gli sconvolgimenti tra tradizioni politiche e il fatale evolversi storico dell’umanità.

Tre anni più tardi, nella sua prima raccolta di poesie Ungaretti, stampata a Udine in soli 80 esemplari, inserì anche In memoria, in ricordo di Moammed composta quando era in guerra a 28 anni nel Carso friulano, il 30 settembre 1916 a Locavizza (riconquistata all’Austria dal Regno d’Italia). Eccola, deprivata (come tutte le sue liriche) della punteggiatura: imitazione del grande Apollinaire (nella foto) che aveva tanto ammirato. Resta solo questo di Moammed: non uno scritto, non una lapide né una foto. Ma il volontario oblio nulla può di fronte alla forza della vera amicizia.

 

 

 

IN MEMORIA

Si chiamava

Moammed Sceab

Discendente

di emiri di nomadi

suicida

perché non aveva più

Patria

Amò la Francia

e mutò nome

Fu Marcel

ma non era Francese

e non sapeva più

vivere

nella tenda dei suoi

dove si ascolta la cantilena

del Corano

gustando un caffè

E non sapeva

sciogliere

il canto

del suo abbandono

L’ho accompagnato

insieme alla padrona dell’albergo

dove abitavamo

a Parigi

dal numero 5 della rue des Carmes

appassito vicolo in discesa

Riposa nel Camposanto d’Ivry

sobborgo che pare

sempre

in una giornata

di una decomposta fiera

E forse io solo

so ancora

che visse

 

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