Per la donazione degli organi


 

Papà cavaliere su proposta di Moro

 

Un piccolo ricordo di famiglia. Il 2 giugno 1976, allora Aldo Moro aveva ancora due anni di vita, mio padre Giorgio ricevette il titolo di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana. Su proposta del presidente del Consiglio Aldo Moro e firma in capo del presidente della Repubblica Giovanni Leone. Era il numero 37.160. Fu un titolo che non usò mai perché un po’ se ne vergognava pur essendo orgoglioso che lo Stato avesse riconosciuto i suoi meriti di ideatore e fondatore dell’Associazione Italiana Donatori Organi (AIDO), che dal 1971 in poi ha reso possibili migliaia di trapianti.

Erano anni difficili per chi invano aspettava un rene o una cornea e si scontrava con l’indifferenza, la paura, le credenze e la superstizione di quanti, in vita, non avevano nessuna intenzione di progettare di donare parte del proprio corpo per salvare gli altri una volta morti. Ricordo che dopo una trasmissione in Rai mi raccontò del grande interesse per l’argomento da parte di un celebre conduttore (poi migrato in Fininvest), che però si ritrasse facendo le corna quando papà gli chiese se anche lui volesse donare gli organi una volta morto…

Quando giunse la sua ora, 25 anni più tardi, mio padre donò le cornee che diedero la vista a due persone. Lo considerava un gesto semplice: diceva Da una vita spezzata un’altra può rinascere. Era lui stesso che progettava i primi slogan dell’associazione.

Sono orgoglioso di averlo avuto come genitore, seppure in famiglia abbiamo pagato le sue molte assenze dato che per anni tenne conferenze sui trapianti in tutta Italia, partecipando a trasmissioni video e radio in Rai, finché la norma che aveva suggerito e per cui aveva speso gli ultimi anni della sua vita, divenne legge. Per quel suo progetto in cui credeva fermamente assieme a mia mamma e a noi due figli, lasciò perfino il lavoro scegliendo l’incertezza di un incarico che per qualche anno era solo onorifico (come presidente e poi segretario dell’AIDO non poteva percepire stipendio); poi riuscì a essere assunto dall’associazione come semplice impiegato, il che gli diede un compenso regolare. E finché visse mantenne in provincia, a Bergamo, l’associazione perché temeva che la centralizzazione nella Roma della politica, le avrebbe nuociuto.

L’idea di un’associazione (la prima si chiamò DOB, Donatori Organi Bergamo) gli era venuta frequentando gli ospedali come rappresentante di farmaci: lì fu colpito dai tanti adulti e bambini malati ai reni, costretti due volte la settimana a estenuanti trattamenti attaccati alle macchine per la dialisi. Ebbe la fortuna di avere dalla sua parte molti medici, chirurgi e luminari che lo supportarono. Ma la nascita dell’associazione fu merito del volontariato e della solidarietà dei primi bergamaschi del quartiere popolare Monterosso che credettero in quel gesto di altruismo che non costa nulla, ma dà molto.

Nella foto sopra il titolo Giorgio Brumat ricevuto al Quirinale dal presidente Sandro Pertini il 7 febbraio 1984 in un incontro molto franco, di cui serbava sempre un bel ricordo. Nell’ultima la fondazione della prima associazione DOB il 14 novembre 1971 a Bergamo: papà ha a fianco, in primo piano, Andrea Belotti, il panettiere di Monterosso che donò in vita un rene al suo fratello gemello.

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