… Siamo più lenti


L’essere umano sta rallentando

 

Può il corpo di un bambino di 8 anni avere lo scheletro di un ragazzo di 15 anni? Può, o meglio, poteva: un milione e mezzo di anni fa all’inizio del Pleistocene. E’ quanto dimostrano più ritrovamenti di scheletri di nostri progenitori: il primo appartiene a un bambino africano del nord ovest del Kenya che viveva vicino al lago Turkana. Questo Homo Ergaster morto di setticemia per la probabile infezione a un molare, fu trovato quasi intero (tranne mani e piedi) nel 1984 dal ricercatore Kamoya Kimeu. L’incredibile è che questo bambino che per la morfologia del cranio della sua specie riusciva solo ad articolare suoni gutturali, aveva lo sviluppo scheletrico di un adolescente di 15 anni, pur avendone solo 8 di anni come risulta da recenti studi fatti sulla deposizione dello smalto dei suoi denti, e nonostante l’apparato dentale fosse quello di un ragazzino moderno di 11-12 anni. Come dire che nella preistoria l’essere umano maturava più in fretta, probabilmente per essere rapidamente pronto a rispondere alle sfide della sopravvivenza in un mondo difficile, dove anche i cuccioli d’uomo erano in costante pericolo di morte.

Altri esempi di questo scollamento tra lo sviluppo di oggi e quello del passato ci vengono dai denti di 18 neonati e di un feto rinvenuti nella necropoli romana di Velia in provincia di Salerno: anch’essi evidenziano uno sviluppo più rapido di quello attuale.

L’ultima prova in tal senso, accertata ancora una volta in Italia, riguarda una donna primitiva morta al sesto mese di gravidanza, nella Puglia di 27.000 anni fa, vicino a Ostuni (Br) (in foto). I resti, rimasti inviolati nella grotta di Santa Maria di Agnano fino al 1991 quando furono scoperti dal paleoetnologo Donato Coppola (secondo caso nel mondo di scheletro paleolitico di madre con feto), sono stati ora analizzati da Alessia Nava, dottoranda del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza e del Servizio di Bioarcheologia del Museo delle Civiltà a Roma. Il risultato è sorprendente: dall’analisi di tre dentini del bambino fatta al Sincrotrone di Trieste è emerso che il feto non aveva 36 settimane di vita (come ritenuto dai primi accertamenti), ma 31 o al massimo 32, proprio per l’accelerata crescita tipica del suo tempo.

Il motivo di questo cambiamento nei tempi della crescita umana possono essere tre: oltre all’esigenza di essere rapidamente pronti a sopravvivere nel mondo esterno, lo sviluppo del cervello che impegna l’essere umano nelle sue prime fasi di vita ad apprendere lentamente molte più cose dei suoi predecessori; poi l’allungamento della vita che consente all’organismo di andare più piano nella preparazione della sua struttura fisica.

 

La maternità di Ostuni

Il neonato di Ostuni è morto per eclampsia, sindrome che avrebbe colpito la madre procurandole forti convulsioni (simili a epilessia), gonfiore agli arti, disturbi visivi, pressione alta e stato confusionale: un problema che può manifestarsi a partire dalla ventesima settimana di gravidanza e che sembra essersi manifestato negli ultimi due mesi e mezzo di vita, con un ennesimo attacco a 28 giorni dalla morte, come ritiene il neonatologo francese Pierre-Yves Robillard del Service de Néonatologie, Centre Hospitalier Universitaire Sud Réunion che cita questa patologia come possibile concausa della scomparsa dei Neanderthal.

La mamma di Ostuni era una ragazza sana sui 20 anni (donna matura per l’epoca), alta un metro e 70, muscolosa, certamente figlia di un clan importante tra i Cro-Magnon del luogo, almeno stando al suo corredo funerario. Adagiata sul fianco sinistro con la mano destra poggiata sull’addome a protezione della sua creatura e la sinistra sotto la faccia, la ragazza portava in testa una cuffia di ocra rossa con incastonati denti canini di cervo e 650 conchiglie forate a mano e indossava un bracciale di conchiglie. Venne sepolta nella grotta sacra alla Dea Madre, accanto a sepolture di cavallo e uro (un bovino estinto).

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