Film & vita reale


New York, 3 giorni tra stereotipi e sorprese

 

Se ci dovessimo basare sui film americani, allora negli Stati Uniti tutti i telefoni hanno lo stesso vecchio trillo e fili lunghissimi che permettono di passeggiare da una stanza all’altra come se si trattasse di un cordless; e poi nessuno ha la buona abitudine, a telefonata conclusa, di salutare, ma semplicemente chiude di botto la linea lasciando l’altro a chiedersi: cos’è successo? Guasto tecnico, malore o ce l’ha con me?

In tv (generalmente vecchi modelli con manopole) danno sempre vecchi film o cartoni animati in bianco e nero (per non pagare le royalties); e quando piove vien giù improvvisamente il cielo! Ovviamente nessuno ha consultato le previsioni o è previdente: gli ombrelli non esistono e quindi il protagonista cammina o al massimo corre inzuppato fradicio perché non pensa mai a ripararsi, per esempio in un negozio (e sì che è pieno!).

Ma l’America è proprio così? Nella mia brevissima esperienza di tre giorni a New York e New Jersey non è piovuto, non ho visto telefoni così né sentito trilli arcaici e i televisori erano come i nostri, al pari delle automobili (le uniche di una certa stazza erano gli Hummer ad uso commerciale da 11 metri).

Ma in qualche stereotipo mi sono comunque imbattuto (pochi mesi dopo l’11 settembre 2001). Come la moltitudine di bandiere americane messe in ogni dove (gli americani hanno troppe cose per la testa, vanno di corsa, sono plurietnici quindi bisogna ricordargli sempre in che Paese si trovano); il tacchino del Giorno del ringraziamento che si accompagna a un’insalatona condita non come faremmo noi con olio buono e aceto balsamico, ma con un maxi flacone di plastica contenente un mix di olio, aceto, maionese e chissà quale altra diavoleria zuccherata per l’ingrasso (gradevole, ma nemico del colesterolo buono); le colazioni al bar che si fanno proprio con pancakes, sciroppo d’acero, bacon; burro di arachidi e hot dog (chiamati dagli ispanici perro caliente – cane caldo) che la fanno da padrone.

A Little Italy fuori della pasticceria italiana il proprietario poggia la seggiola e si siede a vedere chi passa, proprio come farebbe se si trovasse a Ballarò o alla Vucciria della sua originaria Palermo; le case in legno coi loro bravi scalini prevedono vigili del fuoco armati di ascia proprio per farsi largo agevolmente in caso d’incendio; i negozi, anzi le vie, sono a tema così sai dove trovare quel che cerchi (il guaio è che se hai bisogno di cose diverse cammini e cammini…); le locandine dei locali di Manhattan ricordano che alla sera non canterà Ted Smith and the Crokodiles, ma un certo Elton John e che ci sarà la “milionesima” replica del Fantasma dell’opera, insomma c’è una certa imbarazzante vitalità…

 

 

Tra i grattacieli come a casa

Sono tra quelli che stupidamente si ostinano a non imparare l’inglese (a scuola francese e un po’ di tedesco, poi per conto mio ho imparato lo spagnolo), quindi a New York pensavo che avrei fatto scena muta: invece al contrario. Lo spagnolo è la seconda lingua e la parlano in tutti i negozi, pure i cinesi.

Una sensazione che non pensavo di provare ha riguardato il fatto che camminando per Manhattan sotto i grattacieli incombenti avevo la netta impressione di sentirmi a casa. Strano, pensavo; poi ti rendi conto che tutta la nostra vita è stata scandita dall’infanzia all’età matura, da telefilm e film girati nella Grande Mela; al punto che quando ti ci trovi dentro, quel che vedi intorno a te è un film già visto, quella è un po’ anche roba tua.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...