La Francia dei Mondiali


Toulouse e l’accoglienza

Ho concluso una vacanza di dieci giorni a Toulouse, Francia meridionale, 100 km in linea d’aria da Andorra e 130 dalla Spagna. Una meta non molto battuta dai vacanzieri italiani che si incontrano raramente per le rues e i boulevards del centro di questa bella città di oltre 440.000 abitanti. Oltre ai bus, a una linea di tram che collega l’aeroporto al centro (più navetta) ci sono due linee di metrò automatizzate (senza autista) con 37 stazioni e frequenze che nelle ore di punta arrivano a un minuto, usate quotidianamente da circa 300.000 persone, e poi la linea C di treni per la cintura urbana.

Ma a Toulouse non colpiscono solo i trasporti e la frequenza con cui fanno lo svuotamento dei cestini dei rifiuti (parlo del grande centro storico, perché in periferia non ci sono stato), le enormi chiese medievali, le opere d’arte antica e moderna e i grandi e curati palazzi o i suggestivi vicoli, i bei negozi, gli innumerevoli localini e i bei parchi molto sorvegliati e pulitissimi in cui non esistono cartelli Non calpestare le aiuole e chiunque è libero di stendersi sull’erba per godersi in pace il relax. Se a Venezia sei nel cuore del mondo perché il mondo intero visita Venezia, a Toulouse respiri una multiculturalità quotidiana, fatta non di turisti, ma di residenti che vogliono sentirsi parte attiva della società che li accoglie. D’altronde l’esistenza delle doppie insegne delle vie in lingua francese e catalana (anche se la Catalogna, a oltre 130 km, non può proprio dirsi dietro l’angolo) è un’antica civica avvisaglia dell’apertura allo straniero. Se vuoi sapere come sarà l’Italia del futuro prossimo, qui hai un’idea.

 

Gentilezza contagiosa

Era da molto che non andavo in Francia, quasi sempre a Parigi, quindi avevo perso l’abitudine a vedere in ogni dove africani, musulmani, asiatici, caraibici. Ci sono capitato per la festa nazionale e per giunta durante la finale dei Mondiali di calcio. A Toulouse sembra che la convivenza sia rispettosa, e non solo perché nel banchetto repubblicano (il tradizionale banquet républicain che in tutta la Francia si rifà a quello avvenuto il 14 luglio dal 1790) a 3.000 invitati (tra cui noi italiani) il presidente del Consiglio Dipartimentale Georges Mèric ha parlato di tolleranza e di apertura agli altri all’insegna delle tre storiche parole Liberté Egalité Fraternité che si trovano stampate anche sulle facciate di diversi edifici cittadini; ma perché in città respiri una diffusa cortesia da parte dei francesi, di qualsiasi colore sia la loro pelle.

Dieci giorni non sono un tempo sufficiente per conoscere un popolo, ma certo aiutano a percepire delle sensazioni: specie se i segnali ricevuti non sono sporadici, ma si ripetono ovunque.

Così mi ha colpito l’estrema gentilezza delle persone: non solo i negozianti, ma anche i passanti. Qualche esempio: arriviamo e non c’è ad aspettarci il proprietario del B&B prenotato attraverso un’agenzia internazionale, quindi chiediamo alla birreria di fronte, che poi scopriamo essere un locale storico, pare il numero 2 in Francia per marche di birre in dotazione, Père Peinard. Hugo, uno dei ragazzi che si alternano al bancone, telefona al posto mio, ci fa rifocillare e si offre di tenerci i bagagli per alcune ore. Alla prima cena fuori, in un ristorantino giapponese sul Boulevard de Strasbourg, andandocene chiediamo un sacchetto vuoto e il cameriere di colore ce lo porta riempito con una confezione maxi di sushi da 25 euro. Omaggio.

Il titolare di una bancarella in Place du Capitol scartato un grande piatto sbeccato, visto che a noi piace, ce lo regala: scopriamo poi che è dell’Ottocento.

Va da sé che la gentilezza è contagiosa, così quando abbiamo l’opportunità ricambiamo: a Frank e Odille che la sera della semifinale dei Mondiali davanti al mega schermo del locale, dopo averci offerto il loro tagliere di ottimo salame e una birra grande, ci portano col loro furgone delle brioches sul boulevard principale a festeggiare, lasciamo in ricordo un accendino elettronico che qui non conoscono; un accendino usa e getta lo diamo invece a una giovanissima clochard che ci chiedeva solo una sigaretta; tre ventagli bianco-rosso-blu li regaliamo alle tre figlie di una signora di colore in fila per il risotto al pollo offerto dal Comune ai suoi cittadini per la festa del 14 luglio: la sua riconoscenza e il sorriso delle bambine che così possono avere quel segno della loro nuova identità nazionale andato a ruba in pochi minuti, ci ripagano del fatto di aver perso un gadget che in fondo – essendo noi italiani – non ci apparteneva.

 

L’Eden non esiste, i pregiudizi sì

Ero partito prevenuto, ricordando la sufficienza con cui ero stato trattato (anni addietro) dai frettolosi parigini: nella Francia del sud invece la gente non corre, è incline al sorriso e alla battuta. Colpisce la bellezza delle donne: le bianche, ma direi soprattutto le mulatte in cui si scorgono origini non solo caraibiche, ma africane e asiatiche, mescolanze di due o tre generazioni; tanto che l’occhio invita a considerare che la mescolanza etnica non può produrre brutte cose… E poi è palpabile quanto radicato sia nei “nuovi” il bisogno di sentirsi accettati e di far parte del Paese che li ospita: in alcuni casi sarà una forzatura, in altri è spontaneo. Basta vedere quanto l’esaltazione per la nazionale di calcio coinvolga anche i francesi di colore. Paradossalmente i nazionalisti sfegatati (quelli che in genere sono più razzisti) trovano i migliori alleati proprio negli stranieri che aspirano all’integrazione. L’ho sperimentato a Parigi e a New York conoscendo immigrati latinoamericani che in un caso diventavano strenui difensori della nazionalità ospitante dimostrandosi razzisti verso i loro connazionali meno fortunati; nell’altro difendevano sempre e comunque il governo degli Stati Uniti che, in cambio del servizio militare volontario, gli aveva regalato la cittadinanza americana con tutti i benefici che ne conseguono.

 

Le nostre differenze ci uniscono

Le nostre differenze ci uniscono, avevano scritto sulle magliette i calciatori della nazionale francese campione del mondo. Qualcuno dirà che si sono premuniti nel caso (come accaduto) fossero stati i suoi giocatori di colore a decretarne la vittoria. Tuttavia è un bel segnale non solo di propaganda, ma anche di auspicio perché i cittadini si considerino parte di un tutto e non più solo rappresentanti di differenti etnie. L’espressione del concetto si è concretizzata nei grandi festeggiamenti spontanei per la vittoria del 15 luglio, con l’invasione pacifica delle piazze e delle vie di Toulouse: a vestirsi di bandiere francesi da capo a piedi erano uomini e donne bianchi, neri, gialli. Con tutte le variazioni di tinta. E c’era anche chi indossava la propria bandiera nazionale: pochissimi, che evidentemente amavano testimoniare le proprie radici, anche festeggiando assieme ai loro ospiti.

 

Unire, non separare

Finito il mio viaggio nel Midi francese, dove dal Seicento esiste un canale fluviale che collega l’Atlantico col Mediterraneo (finalità commerciale, ma simbolicamente unione tra continenti), passo in rassegna i pregiudizi con cui amici e conoscenti mi avevano comunicato la loro riluttanza verso i francesi: l’avevo anch’io, ma mi sono ricreduto (e molto) dopo questo viaggio. Quindi ribadisco che è solo conoscendo le singole persone che si può entrare in contatto con un popolo, non guardando la tv, leggendo Facebook o per sentito dire.

D’accordo, dieci giorni non bastano per capire un popolo, tanto più quando a formarlo sono immigrati che arrivano da ogni angolo del mondo. Non mi illudo che questo sia l’Eden: in aprile hanno avuto due giorni di scontri con 24 auto bruciate per protesta contro la polizia che aveva costretto una islamica che non voleva declinare le generalità a togliersi il velo… La cultura dell’inclusione mette in conto anche i conflitti sociali.

Dieci giorni per capire non bastano, ma il sorriso che incontri quasi ovunque, è universale.

 

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2 risposte a “La Francia dei Mondiali

  1. Grazie Paolo del tuo bel commento che i vede d’accordo. Di opzioni penso (e spero) ce ne siano anche tantissime altre. Per 10 giorni sono riuscito ad assentarmi quasi completamente dalla foga conoscitiva delle beghe politico- sociali del nostro Paese e sono stato per questo d’incanto! Credo che noi italiani diamo troppo peso alle esternazioni del tal politico o del talaltro ministro… E ciò finisce col condizionarci.

  2. Una lunga tradizione laica, pur nelle inevitabili (forse insanabili affatto) contraddizioni tra individuo e società, fa la differenza. Amo il Portogallo, buona parte della Spagna, regioni in continuo e progressivo affrancamento dalla secolare cappa fumogena del clericalismo e della superstizione. Ora parli di Tolosa. Così mi tocca rimproverarti di aver inserito un’altra opzione tra quelle che ho sempre ritenuto fossero le possibili prospettive degli ultimi anni della mia vita. La bellezza dell’italia (ma anche la pigrizia) mi ancora nel luogo natio, anch’esso devastato dalla mutazione antropologica delle nuove generazioni tese ad esaltare un’appartenenza esclusiva ed escludente ad un’italianità improbabile, a rivendicare un’identità culturale surrettizia e inconsistente le cui vere e solide radici sono solamente la paura della diversità, la passione per i soldi, incapacità e forse impossibilità di progettare un futuro, ma soprattutto sempre più estranee all’abc della convivenza civile.
    In generale, la popolazione, anche meno giovane, brandisce un riscoperto Cristianesimo non come strumento guida del comportamento quotidiano, ma come arma identitaria da contrapporre ad altre Credenze. Come avviene un po’ ovunque in Italia e in altri Paesi europei.
    Ti parlo del Basso Veronese, un’area sfrontatamente ricca in cui, con le dovute ottime eccezioni, le persone valgono solo per quel che hanno e quelle che poco hanno sono aizzate dai vari capetti della paura a prendersela con chi ha ancora meno. W Tolosa, che possa essere ovunque!

    P.S.: l’estrema destra tedesca ha imputato l’eliminazione della Germania dai Mondiali di calcio all’eccessiva presenza di stranieri in squadra…forse non sanno come la Francia ha vinto la finale….

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