Antiche donne padovane


 

Povera, sepolta col suo tesoro

Nella sepoltura di una giovane donna padovana vissuta nella fine del I secolo dopo Cristo (in piena epoca romana, sotto l’imperatore Domiziano come testimonia una moneta rinvenuta) gli archeologi pochi anni fa hanno trovato un oggetto raffinatissimo e unico nel suo genere non solo in Italia, ma nel mondo. Si tratta di una sottilissima bottiglia ovoidale di vetro soffiato alta 23,3 centimetri, ingabbiata in un involucro di vetro soffiato a rete di serpenti. Ma la stranezza non finisce qui. Un suppellettile  pregiatissimo anche all’epoca (foto sopra il titolo, ora collocato ai Musei Civici di Padova) fu stranamente usato come corredo funebre di una donna apparentemente non ricca, dal momento che la sepoltura risulta molto periferica rispetto alla necropoli (Ospedale Civile- Pediatria) quando al tempo erano solo i resti dei poveri ad essere collocati lontano dalla via principale. E ancora: perché questa splendida bottiglia che non sembra di fattura italiana, ma forse siro- palestinese, è stata rinvenuta attorno alla fossa circolare in cui c’erano i resti della pira servita per bruciare le ossa della defunta, accanto a 11 lucerne (solitamente ne veniva posta una sola), più balsamari e un anello? Chi era la misteriosa proprietaria di tanta opulenza, dal momento che la sua tomba non aveva nemmeno una semplice lapide quando perfino delle ex schiave (liberte) ne avevano una? Era forse quello il bottino di una ladra o il frutto di regalie di un ricco amante? O era un’eredità dal momento che il materiale da cui la bottiglia è composta è di tarda epoca imperiale e quindi l’oggetto aveva un centinaio di anni?

Non ci sono risposte, dichiara Francesca Veronese, archeologa dei Musei Civici padovani, ricordando che un esempio che si avvicina a questa bottiglia bianca lo si è trovato nel tesoro di Begram in Afghanistan, murato nel III secolo all’interno della residenza estiva dei re indo- sciti Kushana, per proteggerlo da un’imminente invasione: e quella era una bottiglia prodotta nel I secolo ad Alessandria d’Egitto (foto).  

In una conferenza sulle donne della Patavium di prima e dopo Cristo, l’archeologa ha citato alcuni esempi di personaggi femminili evidentemente particolari, di cui si ha traccia grazie alle lapidi funerarie e agli oggetti di sepoltura. Prima dell’Impero visse una certa Serrana Procula, citata da Plinio il giovane (61-114 d.C.) come candida e morigerata ancor più delle altre donne di Patavium, apprezzate in tutta Italia per essere molto austere e serie in un periodo di lascività dei costumi.

Anche il poeta Marziale parlò delle padovane come puellae patavinae molto riservate.

Se nel V secolo a.C. le padovane avevano nomi venetici impronunciabili come Ivantai Voltiomninai, con la romanizzazione le cose cambiarono. Ecco quindi  Ostiala (Gallenia, ossia moglie di Galleno del I a.C.) (foto della lapide di Ostiala ritratta accanto al marito e all’auriga).

Le matrone Arria Maggiore e Arria Minore, celebri per il suicidio della prima e quello tentato della seconda, vissero nella Padova del I secolo, come Octavia figlia di Caio e Tilonia Musice, una liberta greca sepolta a Pozzoveggiani. Altri nomi di padovane presenti nelle lapidi funerarie sono quelli di Gavia Maxima figlia di Lucio (I d.C.) e Cipia Secunda figlia di Publio; Catia Prima era figlia di Gaio mentre Saufeia Crispina fece erigere un monumento funebre per il marito Marco Aurelio Marcellino; Severa Iulia Aura era sorella di Terenzio Nireo nel I secolo d.C. e Octavia Mete fece costruire un monumento per sé e per il suo compagno Gavio Iocundo (I d.C.).

Altre citazioni riguardano Aprilia Priscilla vissuta nel III secolo a.C., ma soprattutto (nello stesso secolo) la schiava Purricina che aveva fatto realizzare una lastra in marmo (trovata sotto la piazzetta Pedrocchi) a memoria del marito Iuvenis morto a 21 anni al quinto combattimento in arena dove dopo 4 anni di scuola gladiatoria prestava servizio come provocator, la figura che riproduceva il sannita con equipaggiamento leggero e pugnale o daga, scudo ed elmo.

 

La ginnasta morta a 19 anni

E poi c’è la colonna di Claudia Toreuma morta a 19 anni e sepolta nel I secolo dopo Cristo nell’odierna via Armistizio a Padova. Come sta scritto sulla colonna (molto rara nel suo genere) alta 150 centimetri e di fattezze orientali (come forse la sepolta), la ragazza era una ex schiava dell’imperatore Tiberio Augusto ora liberta, che si procurava da vivere facendo la ginnasta (forse anche acrobata), come confermano gli studi su frammenti di tibia rinvenuti nell’ossuario in vetro della colonna, che nel 2017 hanno rilevato la presenza di un callo osseo tipico delle ginnaste di tutti i tempi.

Non si sa cosa facesse a Padova: se fosse ancora al seguito dell’imperatore o vi fosse arrivata spinta da altri progetti.

Il ricordo della ragazza, affidato alle parole sulla colonna funeraria, si conclude con la frase: Non ancora ventenne sono sepolta da questa terra, io, Toreuma, famosa per i tanti giochi. Consumato felicemente questo breve spazio di vita, sono scampata ai tuoi insulti, o lunga vecchiaia.

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...