Profughi


Abbiamo un profugo dentro noi

Alla voce profugo il vocabolario Treccani scrive: Persona costretta ad abbandonare la sua terra, il suo paese, la sua patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali, oppure a cataclismi come eruzioni vulcaniche, terremoti, alluvioni, ecc. (in questi ultimi casi è oggi più com. il termine sfollato). E cita alcuni casi di profughi: quelli veneti della prima guerra mondiale, i profughi della Dalmazia, del Friuli Venezia Giulia, del Polesine, del Belice… (nella foto sopra il titolo il presepe dei profughi in mare, tratto da Repubblica di Bari)

 

Ecco, mi chiedo: posto che nella prima guerra mondiale lo Stato italiano impose lo sfollamento di migliaia di persone dalle zone bombardate con conseguente ospitalità dovuta in altre aree della penisola, i tanti che si scandalizzano per l’accoglienza ai profughi stranieri, riescono a immedesimarsi nei loro nonni o bisnonni che al Nordest (e poi in occasione di alluvioni e terremoti) furono costretti a lasciare le loro case per fuggire altrove? La Storia resta cucita nella nostra pelle anche se non ce ne rendiamo conto: genitori, nonni, avi, ci hanno tramandato nei geni anche le loro paure e sofferenze…

Tanti italiani, negli anni passati, furono generosi e ospitali verso quegli sfortunati connazionali, anche se non fu così per tutti: molti profughi giuliani e dalmati (italiani a tutti gli effetti) finirono in campi di concentramento in diverse zone d’Italia e vennero mal sopportati dalla gente… (nella foto del 30 agosto 1918 la signora che a San Leucio di Caserta ospitò per mesi mia nonna paterna, sua sorella e i genitori, tenendoli lontani dalle zone di guerra di Gorizia).

 

Carità d’altri tempi

Sembra che nemmeno il Natale, paradossale rito degli acquisti compulsivi piuttosto che ricordo di una certa venuta al mondo con tutto il messaggio che ne segue, scuota le coscienze di quanti si definiscono cristiani e in questi giorni amano sentirsi più buoni. Nel Paese serpeggiano odio e rancore che scaricano su un facile parafulmine fatto di esseri umani deboli, che lasciano ogni povera cosa cercando riscatto nelle nostre città.

Nei ricordi di mia nonna c’era sua mamma (nella foto Anna Barzan), che nella miseria della prima guerra mondiale sottraeva la propria razione di burro per darla di nascosto a una famiglia bisognosa: ecco queste cose appartengono a una sorta di libro Cuore che non è più, sostituito da un manuale di cinismo che va a ruba per lettori di tutte le età.

 

 

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