Provare la discriminazione


Quando la scuola insegna per davvero

 

C’è un prof. di scuola media italiano che ha del coraggio da vendere. Ce ne saranno certo centinaia, ma del suo esperimento hanno scritto in questi giorni i giornali e quindi parlo di lui. Ravennate, ha 30 anni e insegna Lettere nella scuola media Vincenzo de’ Paoli di Ravenna. Quando si avvicina il 27 gennaio Giornata della memoria, Diego Baroncini ha il comportamento di tutti i giorni: entra in classe, saluta, poggia le sue cose e il registro sulla cattedra. Poi però, inspiegabilmente per i suoi studenti, comincia a dare ordini apparentemente da fuori di testa. Dice: Chi non è di Ravenna si metta vicino alle finestre, chi invece è nato a Ravenna vada dall’altra parte verso i caloriferi! I ragazzi di seconda media, maschi e femmine, sono straniti, ma stanno al gioco e metà vanno a destra e metà a sinistra in attesa di capire.

Poi lo “scherzo” si fa più pesante. Ai non ravennati dice: Volevo dirvi che d’ora in avanti non potrete più venire a scuola.  A quel punto inizia la sollevazione: Ma come? Cosa sta dicendo?

Nonostante la sua faccia da ragazzino lo avvicini molto ai suoi studenti, il prof. non si lascia intimidire, anzi con tutta l’autorevolezza del suo ruolo e delle sue due lauree con 110 e lode in Filologia classica e in Scienze filosofiche incalza, sempre rivolto solo ai non ravennati, che a quel punto intuiscono di essere discriminati perché non appartenenti alla comunità locale: Non sto scherzando. Mettete su quel banco le vostre collanine, gli orologi, i braccialetti e gli occhiali. I ragazzi cominciano a percepire un certo malessere. Qualcuno pensa al gioco, altri a un esperimento, qualcuno intuisce il richiamo storico, altri la cronaca di questi mesi; tutti obbediscono seguendo l’autorità.

Ora le cinture e le scarpe che non vi serviranno più. E chi ha gli occhiali li metta lì. Intima con fermezza. A questo punto estremo i più capiscono. Le ragazze tirino i capelli indietro, non si devono vedere.

Riuniti scalzi nel loro angolo vicino agli spifferi delle finestre, identificati come diversi e per questo spogliati dei propri simboli di riconoscimento, umiliati da assurde privazioni avvenute oltretutto davanti ai loro compagni che si sentono più importanti di loro, i ragazzi “forestieri” capiscono improvvisamente che qualcosa è cambiato e sono diventati inferiori, senza colpa né motivo.

A quel punto l’epilogo: Chi di voi ha capito? Chiede il prof.  Hanno capito tutti. Hanno rivissuto per pochi minuti ciò che provarono i loro coetanei ebrei italiani quando il Fascismo li allontanò dalle loro scuole e dai loro amici; si sono immedesimati – seppur minimamente – in chi venne spogliato di ogni cosa, allontanato dagli affetti e privato della vita per la sola colpa di appartenere ad una comunità diversa dalla maggioranza; hanno provato a vedere con nuovi occhi il destino di tanti immigrati che arrivano senza nulla e vengono separati dai loro cari e dalle loro cose.

E voi perché non avete reagito al sopruso? Chiede il professore ai fortunati di Ravenna: Perché lo ordinava lei rispondono. Ma vi sembra giusto non dire nulla quando vi accorgete che si commette un’ingiustizia verso qualcuno?

Ecco, se fossi ministro dell’Istruzione andrei in quella scuola, e davanti ai suoi studenti darei al professore un premio, perché questo significa insegnare. Questi ragazzi non dimenticheranno mai il suo esempio e ne parleranno con gli altri, anche in famiglia. Il provare per credere è qualcosa che funziona sempre e con tutti. Troppo spesso siamo così distratti che non ci immedesimiamo con chi soffre o con gli emarginati: troppo difficile, troppo lontani. Se lo facessimo tutti, probabilmente termini come povertà, razzismo e anche guerra diventerebbero parole vuote.

Come ti è venuta questa idea? Gli chiedo. E’ il primo anno che faccio questo esperimento. L’idea mi è nata vedendo diversi documentari di testimoni e in particolare quello della senatrice Liliana Segre che ricordava quando nel 1938 le comunicarono che non poteva più andare a scuola…

Una grande lezione di vita, l’esempio. Immedesimarsi negli altri è il grande, unico, salvacondotto che ci consente di raggiungere di nuovo l’umanità che ci aspetta dall’altra parte del confine. Dentro noi stessi.

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