Libia, ma non solo


La gioia di andare in guerra

Quando vedo nei tg le colonne di pick up con giovani festanti nel cassone posteriore protetto da uno scudo di piombo, aggrappati alla loro mitragliatrice, non posso non pensare a dov’erano quei ragazzi fino a pochi giorni fa: in fabbrica, al liceo, magazzinieri in un negozio o autisti di pullman. Gente normale che discute di calcio, di donne e di lavoro che non c’è, come i loro coetanei italiani o francesi, anche se vivono in Libia o in Iraq, in Kosovo o in Ucraina.

E allora cos’è che improvvisamente li trasforma in macchine da guerra strappandoli dal loro lavoro, da famiglie e hobby? Cosa li rende pronti a morire e cosa li galvanizza all’idea di ammazzare i loro simili, la gente del proprio stesso popolo come se fosse la cosa più ovvia del mondo? Invece di andare al cinema si spara a un convoglio pieno di gente, anziché rientrare a casa si ammazza qualcuno che la pensa in altro modo. Come può uno studente, un fornaio, un muratore o un impiegato trasformarsi improvvisamente in assassino seriale ed essere soddisfatto nel mandare all’aria un camion pieno di suoi coetanei o nel falciare donne e vecchi al mercato? La fede politica, la religione, l’insofferenza e il senso di rivalsa contro le privazioni della vita, l’odio per gli altri, un senso di onnipotenza, il nihilismo, la ricerca di adrenalina, il gusto della simulazione e il bisogno di appartenere a un’armata che si fa corpo unico protettivo e giustificatore totale per animi fragili? Sono queste le risposte?

Perché siamo pronti a lasciare la pacifica vita quotidiana per imbracciare un kalashnikov e riempire di proiettili i corpi di nostri simili? Perché lanciamo davanti a noi come una granata la nostra ombra nera come se poi, a cose finite – a sangue versato – tutto potesse tornare davvero come prima? Fuori e dentro di noi… Probabilmente la risposta è fin troppo ovvia, ma non mi rassegno a volerla vedere.

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2 risposte a “Libia, ma non solo

  1. Che l’essenza dell’universo sia la contraddizione è affermato nelle leggi della fisica e della biologia, gli opposti che si attraggono, la vita e la morte, il bene e il male, ecc. Molti pensatori lo intuirono da molti secoli, le citazioni si sprecherebbero. L’essere umano, nelle sue relazioni interpersonali, non sfugge a tale categoria e si dibatte tra le pulsioni dell’uno e quelle del molteplice, tra egoismo e socialità, non sopravvive da solo, ha bisogno degli altri, diventa di volta in volta animale sociale o assetato di potere. Tant’è che possiamo dividere il consesso umano in
    due schieramenti, quello che rincorre, e quello che è rincorso; secondo il noto adagio africano del leone e la gazzella. In definitiva, è sempre la forza bruta a dominare l’esistenza, dalla clava ai droni che bombardano con un bottone premuto in un ufficio con aria condizionata mentre si sorseggia un caffè, sono passati migliaia di anni e sempre c’è chi opprime fino ad uccidere e chi soccombe. E fino a quando le società non sapranno autoregolamentarsi sulla base di equilibri tra l’uno e il molteplice, tra l’interesse individuale e quello della comunità, si arriverà sempre ad assistere ad atrocità e soprusi, violenze e sopraffazioni in ogni parte di questo pur straordinario pianeta.
    Quegli equilibri non si raggiungeranno mai, ma sono il solo obbiettivo che la politica dovrebbe perseguire all’infinito, la sola strada da percorrere senza fine

  2. scusa Roberto ma con ” Probabilmente la risposta è fin troppo ovvia, ma non mi rassegno a volerla vedere.” è la frase da alcuni riferita ad Einstein :”. Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”.

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