Faccetta nera


Faccetta nera

Questa mattina mi sono svegliato con in mente l’allegro ritornello di Faccetta nera, la canzoncina –  inno coloniale dell’Italia fascista. Ieri avevo visto i video del nostro ministro dell’Interno intento a fare campagna elettorale nelle spiagge e nelle piazze del centro sud: con minor fortuna man mano che scendeva l’Italia, ma sempre brandendo il rosario come mille anni prima i crociati brandivano il crocefisso, solo che i destinatari degli anatemi silenziosi non erano più gli infedeli, ma chi (demonicamente?) lo contestava. E avevo visto il video in cui lo stesso ministro della Repubblica italiana (ancora democratica) invocava pieni poteri: impossibile non ripensare a quelli ottenuti dai primi ministri dei parlamenti italiano e tedesco in anni oscuri.

La canzone quindi. Cantata da Carlo Buti e scritta nel 1935 da Renato Micheli su musica di Mario Ruccione, invita a una lettura in chiave moderna. Ecco le parole originarie, per chi volesse approfondire il pensiero dei fautori della superiorità razziale (che sopravvivono tutt’oggi e fanno sempre più adepti).

 

Se tu dall’altipiano guardi il mare, Moretta che sei schiava fra gli schiavi, Vedrai come in un sogno tante navi E un tricolore sventolar per te.

Faccetta nera, bell’abissina Aspetta e spera che già l’ora si avvicina! quando saremo insieme a te,
noi ti daremo un’altra legge e un altro Re.

La legge nostra e schiavitù d’amore, il nostro motto? LIBERTA’ e DOVERE, vendicheremo noi CAMICIE NERE, gli eroi caduti liberando te!

Faccetta nera, bell’abissina Aspetta e spera che già l’ora si avvicina! quando saremo insieme a te, noi ti daremo un’altra legge e un altro Re.

Faccetta nera, piccola abissina, ti porteremo a Roma, liberata. Dal sole nostro tu sarai baciata, Sarai in Camicia Nera pure tu.

Faccetta nera, sarai Romana La tua bandiera sarà sol quella italiana! Noi marceremo insieme a te
E sfileremo avanti al Duce e avanti al Re!

 

Tutti a liberare gli schiavi!

Voglio far notare come al capopopolo di turno basti sempre poco per convincere il popolo italiano della bontà delle sue idee: non basta certo una canzonetta, ma anche una canzone aiuta a diffondere dei concetti, specie se tutti la cantano allegramente. In Faccetta nera ad esempio si accredita il fatto che noi si andava in Abissinia a salvare quel popolo dalla schiavitù e noi italiani eravamo quindi per loro un sogno. A chi non ce lo aveva chiesto, noi portavamo un’altra legge (evidentemente giusta) e un altro re (evidentemente migliore); e pazienza se per farlo dovevamo trucidare e bombardare la popolazione con i gas vietati dalle convenzioni internazionali.

Se sul concetto della diffusione del senso del dovere non ci sono dubbi, è invece curioso il riferimento alla libertà (democrazia?) che noi avremmo esportato in terra africana. Già l’Italia nel 1895-96 vi aveva portato la guerra (persa) causando 15.000 vittime abissine (tra morti e feriti); tra il 1935 e il 36 ci riprovò causando con la Campagna d’Etiopia (cifre incerte) 70.000 morti.

Un altro passaggio del testo indica che Vendicheremo noi camicie nere gli eroi caduti liberando te (bella abissina). E qui c’è il paradosso: noi vendicheremo gli italiani morti (quindi eroi?) per essere andati in Etiopia a conquistarla, cioè a privarla della sua libertà, delle sue leggi e del suo re che a noi non piace.

 

Faccetta nera, ti porteremo a Roma

E adesso il richiamo all’attualità. Faccetta nera, piccola abissina, ti porteremo a Roma, liberata. Dal sole nostro tu sarai baciata, Sarai in Camicia Nera pure tu.

Quindi un invito alle faccette nere, finalmente libere, a venire nell’Italia baciata dal sole dove poter finalmente condividere i principi di chi è andato nella loro terra a massacrare la loro gente e non solo a rubarne le risorse e a costruire (soprattutto per i coloni) strade e infrastrutture. Anzi più che un invito, Faccetta nera… a Roma ti ci porteremo noi!

Faccetta nera, sarai Romana La tua bandiera sarà sol quella italiana! Noi marceremo insieme a te
E sfileremo avanti al Duce e avanti al Re!

Se i concetti di supremazia li ritroviamo anche nel presente del 2019 (prima gli italiani!), questo passaggio dell’invito agli africani a venire in Italia appare invece oggi un tantino assente.

 

Da Faccetta nera all’inno dell’Azione Cattolica

Curiosando nelle pieghe della storia, a proposito di Faccetta neraMario Ruccione palermitano autore della musica, si distinse non solo per questo e altri brani patriottici tra cui La sagra di Giarabub, Camerata Richard, La canzone dei sommergibili, ma anche per motivi molto conosciuti: Serenata celeste, Vecchia Roma, E la barca tornò sola, Buongiorno tristezza; e chiuse la sua carriera con l’inno dell’Azione cattolica, Bianco Padre.

Renato Micheli, autore del testo, nel 1935 l’aveva scritta inizialmente in romanesco per presentarla al Festival della canzone romana. Una volta italianizzata venne presentata per la prima volta al teatro Quattro Fontane di Roma dove escogitarono una trovata scenica per spiegare meglio il senso di liberazione dalla schiavitù che il Fascismo dichiarava di voler portare in Etiopia: una ragazza di colore fu presentata in catene sul palcoscenico e la diva pugliese Anna Fougez avvolta dal tricolore, la liberò con un teatrale colpo di spada. Il regime mise più volte mano al testo e avrebbe voluto farlo ancora, ma una volta diffusa, la canzone ebbe tale successo che non si poteva più correggerla.

Chi portò al successo Faccetta nera fu il fiorentino Carlo Buti, cantante già popolarissimo per Portami tante rose e Violino tzigano. Nel ’37 e nel ’38 nei locali di Broadway era applaudito come la voce d’oro d’Italia. Nella sua carriera incise 1.574 brani.

 

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