Il morbo salva ebrei


K il terribile morbo salvavita

Se volete entrate pure, ma lì dentro ci sono i ricoverati contagiati col terribile Morbo K. Questa apparentemente semplice frase – in realtà coraggiosissima – salvò la vita a decine di ebrei. Chi la pronunciò nella Roma delle persecuzioni naziste sabato 16 ottobre 1943, furono alcuni medici dell’Ospedale Fatebenefratelli che tutt’ora si trova sull’Isola Tiberina: il primario Giovanni Borromeo, Vittorio Sacerdoti medico praticante, Adriano Ossicini studente di 20 anni, il frate polacco Maurizio Bialek.

Tutti meno Ossicini si trovavano in servizio all’ospedale alle 5 di mattina quando scattò il blitz dei nazisti contro gli abitanti del Ghetto della capitale. Allarmato dalle grida che arrivavano dalle case degli ebrei, Ossicini si precipitò all’ingresso del Ghetto e assieme all’amico Giulio Sella riuscì a portare con sé una ventina di giovani dando loro rifugio nell’ospedale, che già aveva ospitato partigiani e aviatori alleati. A uno dei salvati, il medico Giorgio Sacerdoti, venne in mente l’espediente: le cartelle cliniche degli ebrei avrebbero riportato la dicitura Sindrome K (K l’iniziale del feldmaresciallo Albert Kesserling allora impegnato nel contrasto all’avanzata degli Alleati nel sud Italia). L’idea del contagioso morbo neurodegenerativo fu vincente perché quando quella sera i tedeschi entrarono nell’ospedale, non osarono varcare la porta della sala Assunta – reparto di isolamento – (foto sopra il titolo) dov’erano ricoverati i malati del mortale Morbo K, che in questo modo non finirono deportati ad Auschwitz.

Ossicini in seguito divenne senatore indipendente di sinistra e il primario Giovanni Borromeo nel 2004 fu nominato Giusto fra le nazioni dallo Yad Vashem per aver salvato la vita a cinque ebrei romani.

Curiosa l’esperienza del dottor Vittorio Sacerdoti, (nella foto col camice al Fatebenefratelli) ebreo romano laureatosi in Medicina a Bologna e poi trasferitosi con la famiglia ad Ancona dal cui Ospedale civile fu espulso a seguito delle leggi razziali: Il direttore mi chiamò – ricordò in un’intervista del 1988 – e mi disse: Tu da oggi non lavori più qua, sei un nemico della patria. Vattene e non farti più vedere!. Fu un suo zio fisiopatologo a indirizzarlo dal professor Borromeo, suo ex allievo e antifascista che aveva rifiutato la tessera del Fascio, dal 1934 primario di Medicina al Fatebenefratelli di Roma. Il 16 ottobre 27 ebrei conoscenti di Sacerdoti gli chiesero aiuto in ospedale. In quel terribile giorno a Roma nella rete del rastrellamento nazista finirono 1.024 ebrei (200 erano bambini). Dei 1.752 ebrei deportati in Polonia dalla capitale, tornarono a casa in 118. Approfondimenti: http://www.storico.org/seconda_guerra_mondiale/testimonianza_medicoebreo.html

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