San Girolamo


L’istriano che tradusse la Bibbia

Se oggi nel mondo occidentale, e non solo, si legge la Bibbia lo si deve a un monaco istriano vissuto nel IV secolo dopo Cristo, che tradusse nella forma tuttora usata il testo dall’ebraico al latino e vi appose molte annotazioni.

Girolamo (o Gerolamo o Geronimo) nell’anno 347 nacque in una ricca famiglia nell’allora Stridone (oggi Zrenj in Croazia) a 50 km a sud di Trieste, 10 anni dopo la morte dell’imperatore Costantino che aveva trasformato il Cristianesimo in religione di Stato. Suo padre, cristiano, lo inviò a Roma a perfezionare gli studi, dove fu battezzato all’età di 19 anni. Poi Girolamo si riavvicinò a casa fermandosi in Friuli nell’allora grande città di Aquileia dove si unì a un gruppo di cristiani da lui chiamato coro di beati e che seguiva da vicino il vescovo Valeriano. Fu nel 375 dopo una malattia, che si avvicinò alla Bibbia. Imbarcatosi per l’Oriente, ad Antiochia studiò il greco e poi fu eremita in Siria nel deserto di Calcide a sud di Aleppo dove studiò l’ebraico per entrare più intimamente in contatto con le sacre scritture. Rientrato ad Antiochia, nel 379 divenne sacerdote.

A 35 anni nel 382 tornò a Roma dove Papa Damaso, a cui erano giunte voci sul suo grande ascetismo e sulle sue doti di studioso, lo invitò a preparare una nuova traduzione latina della Bibbia. Nel periodo in cui era intento all’opera, nella Roma dell’Impero romano d’Oriente Girolamo divenne padre spirituale di una serie di nobildonne tra cui Asella, Lea, Marcella e Paola, che per seguirne l’istruzione impararono anche il greco e l’ebraico.

Morto il Papa nel 384, Girolamo andò in pellegrinaggio in Terrasanta assieme alla famiglia della nobile Paola, poi visitò l’Egitto arrivando l’anno dopo a Betlemme dove con i denari di Paola fece erigere due monasteri (maschile e femminile) e un ospizio per pellegrini. All’età di 72 anni morì a Betlemme nella cella che aveva scelto come dimora proprio accanto alla grotta della Natività.

Il merito di Girolamo, divenuto in seguito padre della Chiesa, è stato quello di aver rivisto e tradotto in latino dal greco e dall’ebraico molti testi biblici, tra cui i quattro Vangeli più antichi (quelli considerati canonici) e per la prima volta in latino gran parte dell’Antico Testamento. Il suo lavoro, assistito da alcuni collaboratori, divenne presto il testo ufficiale della Chiesa – la cosiddetta Vulgata – riconosciuto in seguito dal Concilio di Trento (1545- 1563) e tuttora considerato tale. (Sopra il titolo il San Girolamo di Leonardo da Vinci).

 

Il monaco modesto e furioso

Rispetto alla sua voluminosa opera che gli richiese 23 anni, Girolamo ci tenne a precisare di essersi attenuto scrupolosamente al rispetto dell’ordine delle parole, giacché per lui Anche l’ordine delle parole è un mistero. In caso di difficile interpretazione di un passo, raccomandò di attenersi all’originale greco per il Nuovo Testamento e a quello ebraico per l’Antico. E rispetto alle sue spiegazioni contenute nei commentari, precisò: Il lettore avveduto, dopo aver letto le diverse spiegazioni e dopo aver conosciuto molteplici pareri da accettare o da respingere, giudichi quale sia il più attendibile e, come un esperto cambiavalute, rifiuti la moneta falsa. Insomma si pose con grande modestia di fronte ai futuri lettori. Modestia che tuttavia pare non avesse nei rapporti personali, dal momento che era considerato un intrattabile: litigò vivacemente con molte persone al punto da venir detestato da tanti: certamente dall’alto ecclesiastico romano che, per via della sua avidità, Girolamo definì un grasso cappone, termine che certamente non usò contro sant’Agostino, con cui tuttavia si scontrò in vibranti polemiche e da cui ricevette sempre pacate risposte.

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