Giuseppe Jona


Il veneziano, medico dei poveri

1943, Venezia. Un brutto giorno di settembre i tedeschi convocano il vecchio presidente della comunità ebraica per farsi consegnare l’elenco aggiornato dei residenti nel ghetto, per sapere chi si nascondesse nelle famiglie cattoliche e forse per riconoscere tre giovani ebrei arrestati e in seguito rilasciati. Giuseppe Jona, medico di 76 anni, responsabile da tre anni della comunità pur non essendo un religioso praticante, prende tempo e li rassicura. Avvisa della richiesta i responsabili della comunità, redige un testamento in cui lascia parte dei suoi fondi per gli infermieri più meritevoli, per i malati più poveri e come borsa di studio per due medici, più denari alla casa di riposo israelitica e a sei famiglie bisognose; poi il giorno dopo, la notte tra il 15 e il 16 settembre, si toglie la vita salvando un numero imprecisato di ebrei che cercano in tutti i modi di far perdere le loro tracce: immediata nel ghetto veneziano si sparge la notizia e chi può scappa, come Fausta Brandes e Giuseppe Calimani che erano davanti al rabbino Ottolenghi per sposarsi. Tuttavia 246 saranno comunque catturati a Venezia e deportati nei lager e di loro ne tornarono meno di dieci.  Il professor Jona fu la prima vittima della persecuzione degli ebrei nella Venezia del XXI secolo.

Per ordine della polizia fascista la notizia della sua morte doveva restare in sordina e il corteo funebre del 19 settembre (ore 9,30) non doveva superare le 10 persone temendo incidenti nel tragitto verso il cimitero ebraico del Lido.

L’estremo gesto di quest’uomo giunge dopo una vita al servizio degli altri come medico. Figlio e nipote di medici, classe 1866, laureato col massimo dei voti in Anatomia patologica all’Università di Padova dove dopo anni di servizio all’Ospedale civile di Venezia ritornò nel 1901 come docente prima di diventare primario all’Ospedale civile di Grosseto e poi all’Ospedale Santi Giovanni e Paolo di Venezia primario dissettore e in seguito primario della Divisione medica II. Conclusa la prima guerra mondiale lo Stato italiano riconobbe quel medico di cinquant’anni come patriota entusiasta di fede incrollabile per essersi offerto dopo la disfatta di Caporetto, come ispettore specializzato in malaria e medico legale in tutti gli ospedali di guerra, e in seguito consulente gratuito dei combattenti e reduci per cui fu nominato cavaliere dell’Ordine Maurizianoinoltre promosse la biblioteca circolante voluta dal presidente dell’Ateneo Veneto, nonché chirurgo di religione valdese Davide Giordano, per diffondere la cultura nella popolazione meno preparata. Nel 1936, scaduti i 40 anni di servizio, andò in pensione; ma se così non fosse stato, due anni più tardi le leggi razziste l’avrebbero comunque allontanato dal suo ospedale. Difatti le disposizioni anti ebraiche di Mussolini lo obbligarono a lasciare la libera docenza e ad uscire dall’Albo dei medici; venne anche radiato dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti e pure dall’Ateneo Veneto di cui era stato per 5 anni presidente. Per effetto delle nuove leggi antisemite nel ghetto veneziano agli ebrei furono sequestrate le radio e i loro nomi sparirono dagli elenchi telefonici.

Nel periodo più difficile per gli ebrei italiani Giuseppe Jona dedicò ai più bisognosi le sue competenze mediche diventando per tutti il medico dei poveri: visitava infatti gratuitamente i malati raggiungendoli segretamente nelle loro abitazioni. Le informative del prefetto di Venezia escludevano che egli avesse curato pazienti ariani, pratica vietata ai medici ebrei, ma non è certo che si fosse dedicato solo agli ebrei.

Se ne andò in punta di piedi, senza funerale pubblico, ma ebbe tutti vicino: una cinquantina di colleghi veneziani gli rese omaggio silenzioso nel cortile dell’ospedale e i gondolieri che il vecchio dottore aveva curato gratuitamente, in silenzio sfilarono per i canali.

Chi gli fu più vicino nega che si sia ucciso per sottrarre i registri alla polizia, dal momento che quei preziosi registri, dopo la guerra, furono rinvenuti in questura.

Il testamento di Giuseppe Jona

Questo, nel ricordo del primario e suo discepolo Mario Battain, (seduto a sinistra del vecchio primario e colui che ne trovò il cadavere) lasciò scritto Giuseppe Jona prima di togliersi la vita: Ho tanti anni sulla groppa, la fine non può essere molto lontana e credo che malgrado l’ansia infinita con cui l’attendo, non vedrò il giorno in cui questa patria adorata tornerà libera e padrona di sé e in cui cesserà questa persecuzione folle che ha creato tante iniquità e a me ha lacerato il cuore. Ho molto sofferto per essere stroncato da ogni forma di vita che amavo, spogliato di quelle soddisfazioni modeste e pur care, la cui privazione sentii come un’offesa mortale. Ora vivo del passato e della fede in un giorno di giustizia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...