La testimonianza di Boccaccio  


 

Firenze ai tempi della peste

 

Aveva 35 anni, Giovanni Boccaccio, quando la sua Firenze fu attraversata per quasi 6 mesi (da aprile a settembre 1348) e uccisa dalla peste nera giunta da Oriente. L’autore visse altri 27 anni in salute, ma quel fatidico e mortale anno coincise per lui con la stesura del Decameron, la sua opera più conosciuta e celebrata nel mondo.

La descrisse ampiamente, la mortifera peste nera, nella prima giornata di questa opera, iniziando col dire che servì a purgare la città, in cui era vietato entrare, da molte “immondizie”. Non annunciava la morte – scrisse Boccaccio – come in Oriente dove alla gente usciva sangue dal naso… Ma nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femmine parimente, o nell’anguinaia o sotto le ditella, certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come un uovo, e alcune più e alcune meno, le quali i volgari nominavan gavòccioli.  

Lo scrittore spiega che anche il solo parlare con quegli infermi o il toccare le loro cose provocava la morte; e che gli oggetti ammorbati contaminavano pure gli animali. Se non l’avessi visto coi miei occhi, precisa Boccaccio, non l’avrei creduto.

 

Come si reagì alla peste

Nacquero diverse paure e immaginazioni in quelli che rimanevano vivi; e tutti quasi ad un fine tiravano assai crudele, ciò era di schifare e di fuggire gl’infermi e le lor cose; e così facendo si credeva ciascuno a sé medesimo salute acquistare.

Così alcuni decisero di salvarsi dal morbo vivendo appartati e morigeratamente, chiudendosi in gruppi nelle case dove non vi fossero malati e restandovi separati dagli altri… Dilicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente usando e ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno o volere di fuori di morte o d’infermi alcuna novella sentire, con suoni o con quelli piaceri che aver potevano si dimoravano.

Altri invece, pur rifuggendo con attenzione gli appestati, decisero di radunarsi per godere di ogni piacere dentro belle case abbandonate, convinti che la vera medicina fosse il beffarsi del male: così giorno e notte frequentavano le taverne ubriacandosi fuori misura e giravano di casa in casa per continuare l’inaspettata e infinita festa.

Molti altri servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana via, non strignendosi nelle vivande quanti i primi, né nel bere e nell’altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano, e senza rinchiudersi andavano attorno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare; con ciò fosse cosa che l’aere tutto paresse dal puzzo de’ morti corpi e delle infermità e delle medicine compreso e puzzolente.

 

Quando nacque la parola becchino

Boccaccio ricorda che altri ancora (lui tra questi) abbandonarono la città; e in ogni caso dove c’era un appestato le famiglie si smembravano e perfino i genitori abbandonavano i figli. La qual cosa impoverì tutti. E i funerali, un tempo accompagnati dalle donne piangenti, ora erano quasi sempre solitari; e anzi il costume di piangere era spesso soppiantato da urla e risate di donne che accompagnavano l’ultimo viaggio verso la chiesa seguito al massimo da una dozzina di persone… Li quali non gli orrevoli e cari cittadini sopra gli omeri portavano, ma una maniera di beccamorti sopravvenuti di minuta gente, che chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi prezzolata faceva, sottentravan alla bara, e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa che esso aveva anzi la morte disposto, ma alla più vicina le più volte li portavano dietro a quattro o a sei chierici, con poco lume e tal fiata senza alcuno; li quali con l’aiuto de’ detti becchini, senza faticarsi in troppo lungo uficio o solenne, in qualunque sepoltura disoccupata trovavano più tosto il mettevano.

E capitò spesso che una bara trasportasse non un solo morto, ma due o tre. E tanti erano i morti che si dovettero scavare enormi fosse dove scaricarne a centinaia, ricoperti con poca terra. La peste non risparmiò i villaggi dove i poveri contadini… Non come uomini, ma quasi come bestie morieno.  

 

Centomila morti in 4 mesi a Firenze

A proposito dell’esito di questa ondata di peste fiorentina, Giovanni Boccaccio scrive: Che più si può dire (lasciando stare il contado e alla città ritornando) se non che tanta e tal fu la crudeltà del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra ‘l marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità e per l’esser molti infermi mal serviti o abbandonati ne’ lor bisogni per la paura ch’aveano i sani, oltre a cento milia creature umane si crede che per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti; che forse anzi l’accidente mortifero non si saria estimato tanti avervene dentro avuti?

E quanti valorosi uomini e belle donne, ricorda, quanti leggiadri giovani, al mattino pranzarono sani con parenti e amici e la sera seguente cenarono assieme ai loro cari defunti!

 

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