Canti risorgimentali


La bandiera dei 3 colori

Stamattina mi sono svegliato con un antico canto patriottico in testa, sentito per la prima volta negli anni Sessanta quando me lo cantava mia nonna, nata nel 1903 nella Gradisca d’Isonzo austriaca. Niente di più facile che mio bisnonno Angelo Nicolò Forner, venuto al mondo nell’entroterra veneziano nel dicembre 1866, l’anno della terza guerra d’indipendenza che 4 mesi prima aveva consegnato al Regno d’Italia il Veneto e parte del Friuli Venezia Giulia, la cantasse abitualmente alle figliolette che aveva chiamato Clelia e Anita, come la primogenita di Garibaldi e come la rivoluzionaria moglie brasiliana dell’eroe che venerava.

Un richiamo dell’infanzia o del clima da unità nazionale che viviamo in questi giorni difficili? Così sono andato a riascoltarmelo, questo canto popolare scritto nel 1848, l’anno dei grandi moti (Padova 8 febbraio, Milano 18 marzo, Venezia 22 marzo) da cui il 23 marzo prese avvio la prima guerra d’indipendenza; l’anno da cui deriva il detto succedere un 48. (sopra il titolo gli scontri davanti al Caffè Pedrocchi di Padova)

Le parole scritte dal poeta drammaturgo trevigiano Francesco Dall’Ongaro (Mansué 1808 – Napoli 1873) su musica di Cordigliani, sono quanto di più semplice ci si possa attendere in un’epoca in cui gli autori più celebri della letteratura italiana dell’Ottocento o erano già morti o non ancora nati o bambini, tranne poche illustri eccezioni: Massimo D’Azeglio, Alessandro Manzoni, Silvio Pellico, Nicolò Tommaseo.    

 

Un testo elementare

E la bandiera di tre colori. Sempre è stata la più bella: Noi vogliamo sempre quella, Noi vogliam la libertà! Noi vogliamo sempre quella, Noi vogliam la libertà! La libertà! La libertà!

Tutti uniti in un sol patto, Stretti intorno alla bandiera, Griderem mattina e sera: Viva, viva i tre color! Griderem mattina e sera: Viva, viva i tre color! I tre color! I tre color!

 

La bella Gigogin

A pensarci bene, nonna Clelia mi cantava anche altre canzoni risorgimentali scritte 100 anni prima: La bella Gigogin (la bella Teresina in dialetto piemontese) composta dal musicista milanese Paolo Giorza cantata al teatro Carcano di Milano per la prima volta nel 1858; e mi accennava pure l’inno che Garibaldi nel 1858 aveva commissionato al poeta marchigiano Luigi Mercantini (di Ripatransone) e al genovese Alessio Olivieri capo banda del 2° Reggimento Brigata Savoia.

Per chiarezza, nonna mi spiegava che quando ai suoi tempi (e quindi anche più indietro nell’Ottocento) dicevano fare l’amore, la frase non aveva un significato sessuale come negli anni moderni, ma significava amoreggiare, flirtare.

La bella Gigogin celava nel testo dialettale non solo accenni sessuali, quanto piuttosto chiari riferimenti all’esigenza di scacciare gli austriaci, ma questi essi non lo seppero mai, al punto che le loro bande militari usarono quell’allegro motivetto perfino in guerra: così accadde che nella battaglia di Magenta del 1859 La bella Gigogin venne suonata dagli austriaci per animare l’attacco contro i francesi, che a quel punto risposero con il ritornello della stessa canzone Daghela avanti un passo.

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...