Dialogo con lo psicoanalista


 

Dare un senso alla Pandemia

 

Ognuno di noi in casa sua vive un isolamento forzato: anche se magari accanto ai propri cari, non può uscire, vedere amici e parenti, lavorare o fare quello che vorrebbe, anche solo passeggiare in centro o lungo il fiume. E tutto non per il capriccio di uno Stato di polizia, ma per salvare se stesso e gli altri da una possibile morte prematura. Non questione di poco conto.

Questa frase sopra il titolo Siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino evoca atmosfere orientali, ma la scrisse il filosofo romano Seneca duemila anni fa e dalla Cina ora ci ritorna a casa, portato in Italia dai sanitari cinesi, assieme agli aiuti. Io che credo molto ai simboli ci leggo l’esigenza che finalmente ne prendiamo coscienza.

La paura quindi. Paura e responsabilità di prestare massima attenzione ai propri comportamenti. Come legge la paura del virus chi studia la psiche umana, e cosa muove la pandemia? Mauro Verteramo, psicoanalista junghiano a Padova, lo spiega così.

Con angoscia nella selva oscura

Scenari così grandi aprono diverse spiegazioni. Nel giro di qualche settimana abbiamo perso l’orizzonte di senso dentro il quale vivevamo; è stato difficile lasciarlo andare, lo dimostra la lentezza con cui abbiamo modificato i nostri comportamenti entrando pian piano in un crocevia nebuloso dove ci siamo fermati. Questa sensazione è tipica delle grandi trasformazioni e dei grandi cambiamenti, nei quali quell’involucro che ci era familiare e ci dava contenimento e prospettiva, si è come improvvisamente sclerotizzato; i suoi simboli, come torce che si affievoliscono sul sentiero, non fanno più tanta luce al nostro cammino. Siamo davvero in una selva oscura e in questo buio improvviso ci sentiamo presi da qualcosa di atavico: l’irrazionale panico della mancanza di orientamento e della perdita del controllo. Ci siamo fermati, sospendendo la vita, per entrare nella sopravvivenza, situazione caratterizzata sempre da forti estremizzazioni. Altri comportamenti ci saranno chiesti e un nuovo adattamento ci attende, ma servirà tempo. Per ora aspettiamo, sospesi, chiamati a resistere sperimentando l’angoscia, il panico, l’incubo di un futuro incerto. La prova che ora ci viene richiesta è questa: consegnarci all’angoscia senza perdere la nostra consapevolezza. Evitarla e negarla sarebbe peggio. E non è un’angoscia leggera, è quella vera, angoscia di morte, ciò che l’Occidente ha da molto tempo rimosso allontanandoci dai ritmi della natura di cui la morte è, con la vita, parte integrante.

Ma andiamo per gradi. Vorremmo che una luce si aprisse improvvisamente e tutto tornasse come prima; ma se i pensieri e le informazioni viaggiano veloci, ciò non vale per la nostra psiche, che è più lenta perché naturale al di là della nostra stessa idea di natura. Le dinamiche che stiamo sperimentando in questi giorni vanno lette infondo come richieste che ci vengono dalla Psiche, dove Psiche è la relazione di adattamento con ciò che è fuori di noi – persone, ambiente – e con ciò che è dentro di noi – desideri, impulsi, emozioni, sentimenti, ecc.

 

I messaggi della Psiche

In momenti così grandi capiamo che più che avere noi la Psiche, è lei ad avere noi. La “nostra” psiche è la punta dell’iceberg; noi la diciamo “nostra” per un senso di controllo e solo per questo. Il resto è sommerso ed è la parte più grande. In ogni caso quando “Psiche” (mi piace identificarla come una persona autonoma, al di là di me e di noi), vuole comunicarci qualcosa, ha un modo tutto suo per farlo, come sa bene chi ha attraversato problemi esistenziali. Il suo è un richiamo a volte leggero, a volte pesante, ma sempre e comunque reale, cioè capace di smuovere la quotidianità della vita che abbiamo scelto: nelle relazioni, nel lavoro, nella salute. Se non percepiamo i suoi suggerimenti “sottovoce”, la Psiche (quella individuale e oggi anche quella collettiva) interviene dandoci uno shock violento poiché solo in questo modo possiamo scoprire, riscoprire, o comunque renderci coscienti del suo funzionamento naturale e della necessità di svilupparci come individui e come collettività. La Psiche ha una sua autonomia e le esigenze di trasformazione a cui essa ci richiama sfuggono al nostro controllo: infatti se i nostri progetti sono dell’io, il nostro il destino è dell’inconscio.

Nulla avviene per caso si sente spesso dichiarare, ma tutto (dalla separazione di una coppia al fallimento di un’azienda, da un licenziamento a un incidente, a una malattia) capita per permettere a ciascuna coscienza di evolversi, e ciò avviene sospinti da una necessità che ci trascende e che non controlliamo. Ecco è nella coercizione di questa “necessità” che possiamo vedere l’azione della psiche.  È come se a volte una parte di noi si comportasse come qualcuno che ci spinge da dietro, per farci capire che c’è e che vuole dirci qualcosa. Se non prestiamo attenzione a questa richiesta ecco che quel “qualcuno” comincia a strattonarci o a farci cadere per indicarci quelle vie e quei passaggi che spesso non vorremmo percorrere, ombrosi o poco visibili. Sono passaggi che ci riportano sulla via buona; buona non in senso moralistico, ma perché su essa ci sentiamo autentici e integrati con noi stessi e con gli altri.

 

Tutti nello stesso destino

Ogni vero passaggio non è mai una passeggiata, ma sempre un incontro potente con l’angoscia, perché è soprattutto attraverso l’angoscia che l’io incontra il proprio destino. Questa parola, angoscia, deriva da “Angst” che significa gola, attraversamento, strettoia: immagine che dà il senso del soffocamento, ma possiamo anche immaginarla come luogo senza riferimenti, sconfinato, imponente, natura senza riferimento umano.

L’auspicio allora è di non ridurre l’esperienza che stiamo vivendo a un discorso prettamente medico ed economico, ma di aprire (considerandola un’opportunità unica) la nostra finestra interiore. Questa consapevolezza aiuterà l’azione dei sanitari, poiché se è ormai assodato che ogni malattia ha una sua valenza psichica, questa che stiamo vivendo è anche e soprattutto una prova umana che sembra voler indicare ad ognuno di noi un cambio di consapevolezza, un passaggio evolutivo.

Siamo chiamati a partecipare attivamente dando una risposta personalissima a qualcosa che ci trascende; ognuno è convocato a prendere una posizione nei confronti del mondo e della Storia, e non solo fuori di lui, ma anche dentro la sua anima.

Una metafora ci aiuta a comprendere la Psiche in questo momento: immaginiamoci in viaggio nella nostra auto. Improvvisamente il mezzo si ferma col motore acceso al massimo dei giri. Stupiti guardiamo fuori e ci accorgiamo che a tutti gli automobilisti in strada sta accadendo la stessa cosa. L’auto è la nostra Psiche e tutte le “Psiche” del mondo stanno vivendo la stessa esperienza: quindi quello che sta accadendo riguarda sorprendentemente la collettività, la Psiche collettiva. Non ci siamo inceppati soltanto noi, mi accorgo che tutti vivono la stessa mia condizione psicologica e di conseguenza capisco che la Psiche ha una parte uguale per tutti, cioè è plurale. Siamo tutti fermi coi motori al massimo e tutti siamo al massimo della fermezza. Ci sconcerta perché le auto ci stanno facendo vedere una loro “vita” autonoma che va al di là del nostro controllo e scopriamo che da quelle auto nessuno può scendere.

Come se non bastasse in alcune delle auto di fianco a noi (del vicino, dell’amico o del nostro familiare) il motore prende fuoco con le persone bloccate all’interno. E noi? Come salvarci da quell’angosciante prospettiva? I comandi non funzionano e allora cosa possiamo fare? Toccherà anche a me?

 

In tempo di morte

A livello collettivo avevamo perso l’esperienza diretta della morte. La pandemia ci toglie le illusioni, ma ci immette in una vita più aperta alla collettività e alla trascendenza. In fondo non abbiamo mai vissuto la guerra, i farmaci ci proteggono dalle comuni malattie, la morte la teniamo lontana in tanti modi. Ora il Coronavirus ci ha improvvisamente sbattuto la morte davanti agli occhi e lo ha fatto in tutto il mondo. L’angoscia della morte rimossa dall’Occidente è tornata, intima, dentro di me, mi ri-guarda adesso e non come pensiero di un lontano futuro o di qualcosa che ha a che fare con popoli in guerra. Ora in guerra, all’improvviso, ci siamo finiti proprio noi.

  • CONTINUA

 

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