Covid 19 Fase 2   


 

Fase 2. Velocità o lentezza?

 

Prosegue l’intervista allo psicoanalista junghiano Mauro Verteramo di Padova, per avere un’interpretazione diversa da quelle sanitaria ed economica sugli effetti del Coronavirus.

Ora siamo arrivati alla Fase 2 e si assiste allo “scontro” tra due diverse posizioni: quella di chi vuol tornare al più presto alla normalità di prima e quella di chi pretende prudenza. Cosa si può dire?

 

Che stiamo rimuovendo l’esperienza di morte e di tragedia che il virus ci ha fatto vivere. Dimenticare la morte è comprensibile e in fondo naturale, ma farlo velocemente non è la soluzione giusta se davvero vogliamo andare avanti in una direzione nuova. La morte è importante perché fa nascere il senso del limite, crea la differenza tra l’adulto responsabile e l’adolescente onnipotente, tra chi sente che l’altro è importante per la propria vita e come tale lo protegge e chi invece vede l’altro come un oggetto da consumare. Questo virus ci ha riavvicinato alla morte, obbligandoci a rivedere i valori dell’esistenza. Ci ha fatto rimettere al primo posto la vita e l’etica della relazione. In una parola ha rimesso l’uomo al centro dei nostri interessi affettivi. Da un certo punto di vista il virus è la possibilità per un nuovo umanesimo.

Chi tenta di fuggire velocemente da questo stato di cose direi che è “vecchio” nel senso che si sta comportando come prima del virus dove la rimozione della morte era la regola, evita in maniera onnipotente la morte che ancora ci scorre accanto.

 

Ma perché questa veloce rimozione?

Perché c’è ansia di uscire dalla sensazione d’impotenza dettata dal senso del limite che in questi mesi ci ha accompagnato. Sarebbe invece importante l’equilibrio, cioè riuscire a tenere insieme la natura (che azzoppandoci in questi mesi ci ha voluto dire qualcosa) con la cultura e le sue esigenze sociali, economiche, ecc. Non possiamo pensare di correre (e nemmeno di camminare) se siamo stati azzoppati e se non integriamo in un’armonia l’equilibrio di queste due gambe; non si può cioè correre veloce con una gamba e lenti con l’altra. C’è necessità di tenere conto di ambedue, così avremo un passo rinnovato dall’esperienza di azzoppamento: il nuovo andamento nasce dal limite acquisito.

 

Cosa è cambiato psicologicamente tra fase 1 e fase 2?

Osserviamo la comunicazione: prima l’informazione ci veniva dagli scienziati, ora il posto è stato ripreso dai politici, con la loro dialettica che cerca di prescindere dalla visione sanitaria: lo vediamo nei tg dove il numero dei morti non è più in primo piano e si dice “Oggi sono morte solo 99 persone…”  

Nella Fase 1 tutta la comunità ha vissuto una specie di regressione collettiva e siamo stati come bambini in una condizione di innocenza. Altri ci proteggevano e si curavano di noi per evitare di farci ammalare e morire anzitempo: i medici, lo Stato che addirittura ci puniva se ci mettevamo in pericolo. Quella fase è stata come tornare nell’utero materno, abbiamo vissuto in una sorta di Eden in casa assieme alla nostra realtà perché il pericolo stava fuori. Da una parte c’eravamo noi, la vita biologica, dall’altra c’era lo Stato, il Governo, che come un grande genitore dettava le regole di convivenza organizzandoci e anche limitandoci la libertà, come si fa con i bambini. Questo grande genitore rappresentava le nostre proiezioni di guida, di orientamento, sostegno e limitazione.

Nella Fase 2 queste funzioni ci ritornano indietro; come fossimo adolescenti ci viene richiesto di riportare nella nostra soggettività quelle funzioni di responsabilità, di limitazione, di attenzione sociale, di solidarietà. Usando una metafora filosofica si può dire che il corpo, la mente e la loro relazione per qualche tempo si sono fatti un bagno nel grande mare della vita e della ragione o della materia e dello spirito. L’estrema dialettica che c’era nella fase 1 tra vita da una parte e legge dall’altra ora nella fase 2 si è relativizzata; è una tensione che deve abitare sempre di più il dentro dell’individuo. Vedremo che effetti e conseguenze ci restituisce questa sorta di “rigenitorializzazione”, di rinnovamento. Siamo in una rinascita.

 

Si vedono già nuovi comportamenti?

Per ora assistiamo a diversi comportamenti; per esempio ci sono persone che in questo passaggio dicono di non aver voglia di ritornare alla dinamica sociale di prima. Se da una parte è comprensibile e condivisibile (in fondo questo virus è stato anche il segnale per un sistema eccessivo e scompensato), dall’altra è chiaro che regrediti come bambini si fa fatica a riprendersi lo spazio di autonomia e si preferisce essere ancora accuditi. E poi c’è chi, ribellandosi continuamente alle regole delle ordinanze, dimostra ugualmente di essere dipendente: difatti ha bisogno di qualcuno a cui ribellarsi.

In fondo all’uomo piace dipendere: la vera libertà costa, è una continua tensione che richiede un equilibrio da bilanciare tra esigenze personali e sociali. Però vorrei sottolineare ciò che accade ad altre persone che in questo periodo invece percepiscono che molte delle loro antiche e concrete difficoltà si stanno sciogliendo. Non sono pochi quelli che vivono un progresso e una trasformazione della loro situazione personale. Come se stessero facendo un passaggio di crescita molto importante, come se situazioni reali bloccate da tempo si stessero sciogliendo.

 

Ma allora il virus ha davvero un significato molto profondo per le nostre vite?

Sì. Considero questo virus non (solo) una vicenda oggettiva, di sanità o sociale, ma soprattutto una questione individuale. È come una domanda posta a ogni singola persona, che nell’interiorità vuole fare rumore. È il mondo interiore e privato di ognuno che vuole modificare, quello dei propri conflitti familiari, col collega di lavoro, col vicino, ecc. E’ a questo stato di cose che la pandemia chiede un cambiamento. In fondo è proprio il sintomo che la “relazione umana” si è ammalata. E non la relazione astratta, ma concreta e intima. Non possiamo cambiare una società e il suo modo di vivere se non cambia la psicologia di ogni singola persona. La vita ha dovuto creare un sintomo nella relazione e per la relazione affinché la persona si fermasse. E quindi è al singolo soggetto e alla sua vita privata che viene chiesto un cambiamento. Essere stati toccati dalla morte ha voluto proprio significare questa sveglia.

 

Questo si riscontra anche negli atteggiamenti dei pazienti in analisi?

Sì, a molti non fa per niente piacere tornare alla vita di prima perché richiedeva forti stress e competizione. Ci si chiede: serviva davvero tutto questo? Abbiamo letto tutti i dati Istat sulla mortalità in Italia, calata a marzo (rispetto allo scorso anno) nelle aree meno colpite dal virus: come dire che (virus a parte) gli italiani sono morti di meno e ci sono stati meno infarti per le condizioni meno stressanti vissute nel confinamento. Alcuni pazienti mi hanno manifestato la voglia di proseguire solo con le sedute online e di non tornare a quelle in studio; ma sarebbe una regressione, un adagiarsi in un modello di relazione che era buono due mesi fa… Ci abituiamo facilmente alle regressioni e la libertà costa sempre fatica.

 

Ma questa voglia di normalità è in genere richiesta dalla popolazione…

La normalità di prima era evidentemente già sintomatica di qualcosa, il virus è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso; non possiamo più tornare a prima, è meglio pensare di far nascere qualcosa di nuovo. Credo che non coglieremmo un’occasione se non facessimo nascere un po’ di nuovo. Immaginiamo un parto… non c’è nascita senza dolore, quello che abbiamo passato nei mesi scorsi è il segno che qualcosa di nuovo è in gioco. Non va sprecato, ma visto come il dolore necessario quando si è di fronte a un rinnovamento affettivo. È sempre entrando dentro i nodi che li attraversiamo.

Possiamo paragonare questa fase a quella in cui un bambino è chiamato a fare i primi passi. Ci sono bambini che provano a correre e cadono; altri sono spaventati e restano fermi; altri ancora si muovono poco per volta a piccoli passi finché acquisiscono la necessaria sicurezza. Saremo cresciuti quando sapremo tenere assieme regola e libertà.

 

C’è il rischio (per alcuni la speranza) di dimenticarci la brutta esperienza vissuta?

Sarebbe un grave errore. Non far tesoro delle esperienze significa scoprire che in seguito la vita ci metterà di nuovo di fronte alle stesse situazioni. Come un maestro delle scuole elementari ripete le cose finché non sono apprese così è un po’ la vita, ci ripete le cose fino a quando non afferriamo il senso. È lì che questa pandemia sarà superata, quando avremo fatto nascere un nuovo senso al nostro vivere quotidiano.

 

E la battaglia tra apertura e chiusura?

Questa pandemia sta rinnovando lo spirito del nostro tempo. Tutti i miti parlano di rinnovamento che avviene attraverso l’espressione della morte. Possiamo immaginare che il Covid 19 ci abbia portato dentro una sorta di battaglia tra i due estremi del tempo: quello conservativo e quello del rinnovamento. Un mito con cui gli antichi Greci si davano una spiegazione di questo gioco del tempo era un Dio doppio: da un lato era Ermete (o Mercurio), giovane veloce, con le ali ai piedi, che correva e coglieva le occasioni al volo; dall’altro era rappresentato come Saturno, vecchio, lento e malinconico custode dell’ordine, del blocco, della conservazione, della morte.

Questo dio ambivalente simboleggiava lo scontro tra vecchio e nuovo e veniva anche raffigurato con metà testa canuta (posteriore) e metà dotata di capigliatura e ciuffo. Quando voleva comunicare con gli umani si manifestava creando difficoltà nelle relazioni, perturbandone la tranquillità, mettendo in gioco l’ equilibrio tra stabilità e rinnovamento.

 

Cosa c’entra con quello che ci sta accadendo?

La prova concreta che i miti sono davvero sempre attivi nella nostra vita e non sono un racconto per bambini la troviamo nel passaggio dalla “fase uno” alla “fase due” di questa pandemia. Percepiamo chiaramente che l’energia è cambiata, che l’unità che ci coinvolgeva due mesi fa non c’è più e ci sentiamo tutti più frammentati. Se prima eravamo tutti uniti nelle nostre case ma separati gli uni dagli altri, ora l’unità e la separazione sono diventate più relative, riducendosi ad essere una dialettica sempre meno collettiva e più personale. Il mondo sta cambiando e noi con esso. 

Credo sia utile allora vedere quello che sta accadendo nella pandemia soprattutto attraverso la lente che un mito ci offre. È simpatico sottolineare che Hermes era la divinità che proteggeva commercianti, comunicatori, ladri, maghi, bugiardi; pensiamo a quanto questa pandemia blocchi e metta in discussione l’industria e il commercio e come tutti si sia immersi in questa grande bolla dei media tra fake news e verità dei fatti. Morte, blocco, voglia di fughe in avanti, possibilità di ricadute, commercio, soldi, comunicazioni da interpretare, runner che corrono veloci e che devono essere bloccati, attivano l’intero sfondo di questo antico mito di cui il respiro e l’aria erano il regno.

 

La soluzione quindi?

È necessario tenere insieme i concetti di rinnovamento e di conservazione. Paradossalmente chi preme per velocizzare a tutti i costi la riapertura appartiene al vecchio, alla conservazione. In un gesto possiamo vedere la dicotomia di Mercurio/Saturno, cioè di come “giovane e vecchio” siano sempre insieme. Ripensando alle pressioni fatte nella Bergamasca per tenere aperte le industrie in piena pandemia: il risultato è stato il 586% di mortalità in più rispetto allo stesso periodo del 2019: una risposta vecchia a un fenomeno nuovo. Non andare né troppo forte né troppo piano. Non rimuovere, velocemente, l’esperienza di morte che abbiamo fatto. Lasciare che questa esperienza faccia il suo corso dentro di noi evitando di fuggirla con risposte maniacali veloci. Lo sa bene chi è stato toccato da vicino da una malattia o da un lutto e assume una consapevolezza del tutto nuova della vita. A questo rinnovamento va lasciato il tempo di instaurarsi e non va disturbato. Il rinnovamento necessita portarsi dietro le ferite che la vita ci dà.

 

Quindi concludendo dove stiamo andando, dove ci portano questo tempo e questi eventi?

Ad un’attenzione rinnovata per la vita perché più meditata e attenta alla relazione tra noi e il nostro prossimo. Cioè ad una nuova autocoscienza. Torneremo a respirare di nuovo, ma pian piano, come vecchi ringiovaniti, attenti alla vita perché consapevoli del tempo e delle proprie ferite.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...