Rissa Napoli – Nocerina



 

Daspo 2000 anni fa

Furiosa rissa tra tifosi di Napoli e nocerini, con morti e feriti. Dentro lo stadio e nelle immediate vicinanze. Non è la cronaca di un dopo partita di calcio del XXI secolo, ma quella del post incontro di gladiatori svoltosi nel I secolo, nell’anno 59 dopo Cristo all’anfiteatro di Pompei, probabilmente il più antico di epoca romana, 20.000 posti a sedere, che ancora si può visitare in città.  Sopra il titolo, l’affresco della rissa nell’anfiteatro, oggi al Museo archeologico di Napoli.

 

L’intercessione di Poppea

E come risposero le autorità? Oggi per punire la violenza agli stadi, oltre alle sanzioni personali e al Daspo ci sono le multe alla società ospite che può anche venir sospesa per qualche giornata o costretta a giocare a porte chiuse; ma duemila anni fa?

L’episodio del centro turistico di Pompei fu così grave che intervenne lo stesso Stato centrale: il Senato di Roma si pronunciò in modo drastico disponendo la chiusura dell’anfiteatro per ben dieci anni, inoltre per uguale periodo furono sospesi i giochi dei gladiatori e condannato all’esilio chi aveva organizzato l’evento, ossia il pretore Lucio Livineio Regolo assieme a quanti avevano aizzato il tumulto. Tuttavia i giochi ripresero dopo due soli anni per intercessione nientemeno che della perfida Poppea – seconda moglie di Nerone e celebre per gli intrighi – la quale, possedendo una lussuosa villa nella vicina Oplontis (borgo periferico di Pompei, oggi Torre Annunziata) quando soggiornava in Campania Felix aveva particolarmente a cuore frequentare l’anfiteatro di Pompei.

 

L’indagine del Senato

In proposito lo storico Publio Cornelio Tacito (all’epoca dei fatti aveva un anno) scrisse: A quel tempo un futile motivo provocò un atroce massacro tra i coloni di Pompei e di Nocera durante un combattimento gladiatorio offerto da Livineio Regolo, della cui rimozione dal Senato ho già riferito. Dapprima i cittadini a turno s’insolentirono continuamente, poi scagliarono i sassi e infine ricorsero alle armi, prevalendo la gente di Pompei, presso cui si svolgeva lo spettacolo. Pertanto molti nocerini furono riportati in città col corpo mutilato dalle ferite, e in tanti piangevano la morte dei figli o dei genitori. L’indagine delle cause fu affidata da Nerone al Senato, che la rinviò ai consoli. Riferita la relazione ai senatori, furono vietate ufficialmente queste riunioni per dieci anni e le associazioni, che avevano operato contro la legge, furono sciolte; Livineio e gli altri autori dei fatti furono condannati all’esilio.

Chi erano i nocerini? Abitanti della colonia di Nuceria Alfaterna (unione delle attuali Nocera inferiore e superiore), verso i quali i pompeiani covavano un forte rancore per via di gran parte dei terreni agricoli un tempo loro, che Roma in seguito attribuì ai loro vicini per accontentare i numerosi veterani dell’esercito imperiale a cui le autorità regalarono molti poderi al momento di metterli in pensione.

Gli scontri iniziarono nel bel mezzo dei giochi gladiatori: prima con insulti seguiti dal lancio di pietre contro i nocerini, finché si passò alle armi. Ad avere la peggio furono gli ospiti, che ovviamente erano meno dei residenti.

In uno scavo pompeiano del 2017 nei pressi della necropoli della Porta Stabia è emersa la monumentale tomba di Gneus Alleius Nigidius Maius con la più grande epigrafe in marmo (4 metri di lunghezza) trovata nell’area e risalente all’anno 78 o 79. E’ la sepoltura di un celebre liberto pompeiano, soprannominato principe della colonia, che era il più rinomato organizzatore di spettacoli gladiatorii e che tra il 55 e il 56 ressa la città come duoviro. L’epigrafe dice che solo a Gneus fu concesso di riportare in patria i duoviri Pompeius Grophus e Pompeius Grophus Gavianus (padre e figlio) dopo che Cesare a seguito della grande rissa aveva ordinato la deportazione di tutte le famiglie condannate ed esonerato dalla carica i due magistrati cittadini.

La stessa epigrafe osanna Gneus come quello che per la durata di tutti i giorni del suo spettacolo organizzato prima della decisione del Senato, aveva fornito per ogni combattimento animali di ogni razza senza badare a spese: per il massimo divertimento del pubblico.

 

Azzurri (Veneti) contro Verdi

Che gli spettacoli gladiatori trascinassero con sé tifoserie violente diventando occasioni di scontri e vandalismi era e sarà in seguito una prassi, coinvolgendo anche altri spettacoli come le corse. Nella seconda metà del I secolo Dione Crisostomo citava gli abitanti di Alessandria che in occasione delle corse di cavalli provocavano nell’ippodromo e soprattutto all’esterno, grandi risse con incendi e distruzioni della durata di alcuni giorni; Plinio il giovane scrisse la passione incontrollabile e ingiustificata dei cittadini romani per i giochi del circo; Tertulliano sul finire del II secolo, citò l’ingiustificato odio e la pazzia vissuta al circo e raccomandò i cristiani di tenersi a debita distanza da quel luogo pericoloso. Un altro caso fu quello di un celebre auriga greco fatto arrestare nel 390 dal governatore di Roma, il goto Boterico a Tessalonica in Grecia con l’accusa di violenza su minori (reato che prevedeva la morte): nonostante il popolo amasse molto quello sportivo, linciò nello stadio Boterico, provocando poi la terribile vendetta dell’imperatore Teodosio il quale durante una spettacolare corsa di bighe nell’ippodromo cittadino fece massacrare tutti i 7.000 spettatori dentro la struttura dopo che ne aveva fatto sbarrare le porte.

Nel gennaio del 532 a Costantinopoli, Procopio di Cesarea condannò con forza i responsabili dello scontro violento tra le due tifoserie degli aurighi (i guidatori delle bighe), detta la rivolta di Nika che provocò 30.000 morti: gli Azzurri e i Verdi erano due fazioni di uomini, ma anche di donne fortemente rivali in città, che si abbandonavano a violenze di ogni tipo: Azzurri (o Veneti) e Verdi (o Prasini) si chiamavano così dal colore degli abiti di gara (poi c’erano i Bianchi e i Rossi. Ancor prima Giustiniano garantì l’immunità per i tifosi degli aurighi Veneti- Azzurri che si “divertivano” ad assassinare chi volevano, non col favore delle tenebre, ma in pieno pomeriggio, e a saccheggiare le case. Una volta divenuto imperatore nel 527, Giustiniano revocò l’immunità agli Azzurri punendo equamente tutte le violenze.  Nella rivolta di Nika l’imperatore Giustiniano riuscì a salvarsi la vita e l’assalto finale al suo palazzo corrompendo gli Azzurri.

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