Esiste la scritta INRI?


INRI. Quante volte abbiamo visto queste quattro lettere sui crocefissi… Eppure quella scritta che sintetizza le parole latine Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù Nazareno Re dei Giudei) non è mai stata apposta sulla testa di Cristo: ossia non quell’acronimo di quattro lettere. Almeno se si deve credere all’imperatore Costantino che pose fine alle persecuzioni dei cristiani.

Il Titulus Crucis, ovvero la targa lignea che spiegava in tre lingue chi fosse il trentenne martirizzato dai Romani dopo che gli era stato consegnato dagli Ebrei perché lo uccidessero come pericoloso rivoluzionario sacrilego, è tutt’oggi conservato in una chiesa di Roma, la basilica di Santa Croce in Gerusalemme: o per lo meno è quanto si tramanda da esattamente 700 anni.  

All’Esquilino, che nel primo ventennio del III secolo era un quartiere periferico della capitale, l’imperatore Eliogabalo (quello che sposò cinque donne e due uomini) aveva ultimato un elegante complesso residenziale voluto dal suo predecessore: con anfiteatro Castrense, terme Eleniane, circo Variano, giardini ed edifici tra cui il grande palazzo Sessorium. Nell’anno 320 sotto l’impero di Costantino, una sala di questo palazzo (divenuto la dimora dell’imperatrice madre Flavia Giulia Elena) fu dedicata all’esposizione di un bottino molto particolare: le reliquie della passione di Cristo. Secondo quanto fu detto, le reliquie le aveva recuperate a Gerusalemme sul Monte Calvario proprio la mamma turca dell’imperatore serbo che per primo concesse libertà di culto ai cristiani e ai fedeli di qualsiasi altro credo. Da allora questa basilica (in latino significava edificio con due file di colonne) mutata nel corso dei secoli fino a divenire nel Settecento la chiesa che vediamo oggi, conserva alcuni frammenti della croce di Cristo, un chiodo (trovato, si dice, dalla stessa Elena), due spine della corona di spine, parte della croce del buon ladrone e il cosiddetto dito di San Tommaso (quello che il discepolo avrebbe usato per toccare Cristo resuscitato convincendosi che era in carne ed ossa), oltre al Titulus Crucis.

Nel 381 la pellegrina la baciò

Del Titulus, di cui peraltro non è provata l’autenticità, sopravvive solo una parte, e sulla vicenda del ritrovamento esistono più teorie. Esiste una copia (fatta nel Medioevo nell’abbazia di Montecassino) di un antico documento della scrittrice spagnola di nome Egeria, la quale durante il suo pellegrinaggio in Terrasanta nell’anno 381 assistette alla venerazione della targa in questione. Ecco come la donna ricordò nello scritto il rito pasquale vissuto sul monte Golgota dietro la croce, con il vescovo che si sistema dietro un tavolo coperto: … I diaconi stanno attorno al tavolo e uno scrigno d’argento dorato, che contiene la Santa Croce, viene estratto, posto sul tavolo sia il pezzo di croce sia il titulus (sarebbe un parte della tavoletta che Elena disse di aver lasciato sul posto).

Il vescovo, seduto, tiene il legno saldamente nelle sue mani, mentre i diaconi stanno intorno a guardia. E uno alla volta tutto il popolo, sia fedeli sia catecumeni, arrivato al tavolo, si inchinano, baciano il legno sacro e il titolo e vanno oltre.

Mentre passano, un diacono tiene l’anello di Salomone e il corno… Fino all’ora sesta tutti attraversano una porta della grande chiesa voluta da Costantino ed entrano in un’altra dove, nel quinto giorno feriale, era stata offerta l’oblazione.

E giunta l’ora sesta, si recano alla Croce, che sia pioggia o calore nel cortile di grandi dimensioni e di una certa bellezza tra la Croce e l’Anastasis. Là, quindi, tutte le persone si riuniscono.

Salvata dai barbari, ma era originale?

Protetta durante le invasioni barbariche in una cassetta di piombo murata dentro una nicchia intonacata in cima all’arco trionfale della basilica, la tavoletta ricomparve il 1° febbraio 1492 quando l’antica basilica fu ristrutturata con i soldi del cardinale di Toledo, grato a Dio per la vittoria spagnola sui Mori. E’ di 25 x 14 centimetri (dei 50 centimetri originali). Da ciò che resta si evince il testo completo, scritto in ebraico, greco e latino. Tuttavia, come spesso capita in presenza di manufatti antichissimi, il Carbonio 14 spiazza fedeli e seguaci di miti: la datazione stima un periodo tra gli anni 980 e 1150. Insomma come se oggi su una pergamena comprata in cartoleria scrivessimo con una penna d’oca una poesia spacciandola per una composizione originale di Costanza d’Altavilla madre di Federico II di Svevia. Di contro, a favore di chi ritiene che il cartello della basilica della Santa Croce in Gerusalemme sia autentico, pende il fatto che vi compaia il termine Nazarinus (di Nazareth) anziché il più “moderno” Nazarenus usato a partire dal IV secolo. La tavoletta dice infatti: I NAZARINVS REX IVDAEORUM .

Fede e scienza ancora una volta divergono. Ma nulla vieta di avanzate altre ipotesi: magari 300 anni dopo i fatti del Golgota la tavoletta è davvero approdata a Roma grazie al potere imperiale e poi è scomparsa venendo sostituita da una copia. Oppure è stata messa in salvo a Gerusalemme dai discendenti dei primi cristiani e agli emissari di Costantino ne è stata consegnata una falsa. Oppure quella giunta in Italia era falsa perché l’originale era andato bruciato dai soldati romani per riscaldarsi, mentre le croci venivano riutilizzate per altre crocefissioni. Chissà.    

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