Renzi chi?


Renzi chi?

… chi? E’ la domanda retorica che Matteo Renzi (allora segretario del Pd) fece nel 2014 ai giornalisti che gli chiedevano di commentare una posizione del viceministro Stefano Fassina (del suo stesso partito). La uso non per dire che l’Uomo di Rignano si è definitivamente estinto (anzi tutt’altro) dopo lo scontro con i più resistenti Giuseppi capaci di adattarsi ai mutati climi di qualsiasi era politica, ma per ricordare l’antico passo del Vangelo Chi di spada ferisce di spada perisce

Il Renzi che in questi giorni ha buttato giù il governo che lui aveva proposto e fatto nascere, è lo stesso che ha affossato i segretari del proprio partito Bersani e Letta. E’ l’autodefinitosi rottamatore, l’asfaltatore dei suoi compagni e non degli avversari politici; è l’uomo dello stai sereno con cui pubblicamente tranquillizzò Enrico Letta prima di pugnalarlo alle spalle prendendo il suo posto a Palazzo Chigi. Insomma è il figlio che combatte il padre per prenderne il posto, ma ricorda pure quei generali italiani della Grande Guerra, che il piombo destinato ai nemici lo riservavano anche ai loro stessi soldati punendoli col plotone d’esecuzione per disobbedienze o indisciplina.  

Ulisse, Bruto, i kamikaze

Pensando a Renzi mi vengono in mente diverse figure storiche, mitiche e reali di ogni tempo: Ulisse, Bruto, i Kamikaze.

Ulisse, naturalmente a proposito del Cavallo di Troia – oggi diremmo polpetta avvelenata o con linguaggio informatico, trojan – offerto al nemico per potersi materializzare all’interno di casa sua e subdolamente sconfiggerlo. Chi ha forze esigue può sperare di battere l’avversario non affrontandolo in campo aperto, ma entrando con l’inganno tra le sue fila da dove è più agevole scardinarne la struttura difensiva. 

Che sia un abile stratega non c’è dubbio: pochi come lui di questi tempi sanno tessere trame e intrighi tanto complessi sul filo del rasoio, peccato che li usi contro la stessa parte (partito o governo) in cui sta lui. Sempre che giochi per davvero nella squadra del suo cuore!

Autolesionismo? Suicidio politico? Niente di tutto questo. Allora smania di protagonismo o intelligenza col nemico in quanto testa di ponte dei cosiddetti poteri forti molto attratti dalla spartizione degli ingenti contributi europei in arrivo? Guardando ai risultati entrambe le risposte sembrano coesistere.

Da leader del centrosinistra prima e da leader di un minuscolo partito di centrosinistra ora, Renzi è riuscito prima a dare una forte spallata al “suo” Partito Democratico sfaldandolo fino a far perdere forza all’intera sinistra, ora con la crisi di governo sta affossando l’intero esecutivo di analogo orientamento. Quindi il fil rouge del suo impegno politico, stando ai risultati è l’abbattimento del centrosinistra. Fortuna sua che siamo in democrazia: 70 fa i congiurati del Gran Consiglio furono condannati a morte, Renzi oggi se la cava venendo riaccolto a braccia semi aperte nel governo che ha demolito.

Altro personaggio storico è Bruto, che nonostante fosse forse figlio di Caio Giulio Cesare, lo pugnalò a morte: ma anche Bruto come Ulisse, aveva un nemico da battere, nemico politico nel primo caso ed esterno nel secondo; non il proprio partito, non l’alleato.

La terza immagine è il Kamikaze: ma non i piloti giapponesi che si immolavano schiantandosi coi loro aerei sulle navi da guerra americane per quello che ritenevano il bene supremo (la vittoria semi divina dell’Impero del Sol Levante); piuttosto i fanatici integralisti imbottiti di esplosivo o armati di mitra o coltello che si fanno ammazzare convinti di conquistare per sé il paradiso facendo fuori più “infedeli” possibile in una battaglia solitaria di uno contro tutti. Insomma un Golia presuntuoso che batte il Gigante.

Muoia Sansone…

Ecco, alla fine della fiera mi sembra che Matteo – scheggia impazzita – veda nella propria riscossa personale l’obiettivo del suo ego che lo induce a imitare simbolicamente l’eroe biblico Sansone mentre da solo fa crollare l’edificio dentro cui si trova. Al grido Muoia Sansone con tutti i Filistei!  si immolò per eliminare un gran numero di nemici che occupavano il suo Israele. Peccato che il Sansone de noantri finga di non accorgersi che accusare il governo di occupare il Paese, significa fare il gioco dell’opposizione, il gioco di quelli che dichiara essere i suoi avversari. Evidentemente qualcuno gli ha promesso un tornaconto più che ottimo, altra spiegazione appare difficile da trovare.

La via di fuga e l’imitazione

L’attacco al re per ora non ha prodotto lo scaccomatto, ma potrebbe essere questione di giorni. C’è però un ma. Da arguto stratega Renzi lascia sempre una porta aperta, una via di fuga. La spallata al governo non è riuscita al primo colpo. Da giocatore di poker lui l’ha accompagnato sull’orlo del baratro perché si sfracellasse: ma, non votandogli contro, si è tenuta aperta una possibilità. Se il governo si salverà, lui non solo potrà dire di non aver infierito col colpo mortale, ma ne diventerà ancora una volta il salvatore sorreggendo dall’esterno l’esecutivo con un apporto numerico determinante: sarà nuovamente indispensabile, un ruolo che lo pone sempre al centro dell’attenzione e quindi lo fa sentire vivo. Grazie alle macchinazioni pro domo sua, la Storia moderna di certo non lo ricorderà come statista: piuttosto come un guastatore impazzito, che invece di danneggiare le linee nemiche attacca la propria trincea, aiutando il compimento della definitiva autodistruzione della sinistra. O al meglio sarà ricordato come discepolo del conterraneo Machiavelli: dall’ottima retorica, ma dalla levatura culturale e politica di certo inferiore a quelle dell’autore de Il Principe. Insomma, un reazionario imitatore. Più facile che venga ricordato con interesse da altri tipi di manuali che studiano la natura dell’animo umano.

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