Grazie dei Zitti e buoni


Grazie dei Zitti e buoni

Il primo Festival della canzone italiana di Sanremo lo vinse Grazie dei fiori cantata da Nilla Pizzi da Sant’Agata Bolognese. Era il 1951 e a presentarlo era Nunzio Filogamo, il conduttore radiofonico che immancabilmente salutava con Cari amici vicini e lontani, buonasera! Senza televisione, con il pubblico in sala seduto ai tavolini e quello a casa che poteva seguire la gara in diretta stando in poltrona davanti alla radio.

Settant’anni dopo, febbraio 2021, presentatore Amedeo Sebastiani (Amadeus), la canzone vincitrice è Zitti e buoni eseguita dai Maneskin da Roma.

Un alieno posto di fronte ai due titoli penserebbe che sono coevi, del dopoguerra: in fondo esprimono concetti semplici, un ringraziamento per i fiori ricevuti e un invito all’obbedienza come quello che facevano le maestre delle elementari. Qualche dubbio gli verrebbe solo su quel nome curioso del quartetto, che in danese (lingua originaria della bassista Victoria De Angelis) significa chiaro di luna.  

Poniamo che il nostro alieno sia senza orecchie e quindi non abbia la fortuna di ascoltare le melodie (laddove presenti) di quelle due creature musicali. Per la sua analisi dovrebbe quindi addentrarsi nella lettura dei testi, ed è lì che si porrebbe inevitabilmente la domanda: ma quanti secoli separano la prima e la seconda canzone?  

La prima: … In mezzo a quelle rose ci sono tante spine, memorie dolorose di chi ha voluto bene. Son pagine già chiuse con la parola fine

La seconda: … Fuori gli attori, vi conviene toccarvi i coglioni, vi conviene stare zitti e buoni. Qui la gente è strana tipo spacciatori

Riproviamo più avanti. La prima: … Grazie dei fior, fra tutti quanti li ho riconosciuti, mi han fatto male eppure li ho graditi. Son rose rosse e parlano d’amor.

La seconda: … Parla la gente purtroppo, parla non sa di che cazzo parla, tu portami dove sto a galla che qui mi manca l’aria. Ma son fuori di testa, ma diverso da loro

Il festival è quello della canzone italiana e il linguaggio è un segno dei tempi. Vero. Vediamo allora il parallelo tenendo come chiave di lettura i manovratori della cosa pubblica. Nel ’51 l’Italia era retta dal sesto governo di Alcide De Gasperi, un signore che da anni era impegnato con successo a ricostruire un Paese distrutto e prostrato dalla guerra (ad interim reggeva anche un ministero intitolato Africa italiana, e c’erano nel suo gruppo due sottosegretari impiegati a gestire le pensioni di guerra e i danni di guerra; il ministro dell’Agricoltura e foreste era Antonio Segni futuro presidente della Repubblica e come sottosegretario ai Trasporti De Gasperi aveva scelto Bernardo Mattarella padre dell’attuale presidente Sergio Mattarella. Settant’anni dopo il governo tecnico- politico (quello dei pochi esclusi) è nato dal rogo appiccato da un signore (Matteo Renzi) che da anni è impegnato a distruggere: prima il suo partito (Pd), poi è riuscito a frantumare il Movimento 5 stelle e a creare la frattura tra Fratelli d’Italia e il resto della destra portando indirettamente alla crisi Più Europa. Un governo retto dall’apprezzatissimo Mario Draghi che sulla pandemia sta prendendo le stesse misure del suo predecessore Giuseppe Conte, tanto contestato dall’opposizione che ora, da dentro il governo, applaude.  

Tempi diversi? Eh sì. Con questo non voglio affatto dire che Grazie dei fiori sia meglio di Zitti e buoni, ma certo in settant’anni, di note stonate questa povera Italia ne ha sentite tante: e non solo quelle incise su vinili e cd.

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