Naltri parlemo español


Naltri parlemo español

Non solo i dialetti dell’Italia meridionale, ma perfino quello veneto e il suo derivato triestino/goriziano hanno in comune con lo spagnolo molti termini. Il perché lo spiega lo studioso Guglielmo Peirce nel suo Le origini preistoriche dell’onomastica italiana. E’ probabile, dice, che già nell’epoca decadente della romanità fosse consolidato l’arruolamento di rematori reclutati nella penisola iberica: erano quelli più disposti a tale faticoso mestiere. Quindi le ciurme spagnole si riversarono abbondanti nella Venezia medievale (poi soppiantati da albanesi e greci) e il loro idioma neolatino finì per integrarsi in parte nella parlata del Veneziano. Non avvenne certo il contrario, ossia non fu l’idioma veneto a penetrare in Spagna al seguito delle legioni romane, perché al tempo delle conquiste imperiali la terra veneta era in piena latinizzazione e comunque la lingua precedentemente parlata dalla popolazione venetica (fino al I secolo a.C.) non avrebbe potuto essere esportata anche perché non aveva nulla a che fare con l’idea di veneto che abbiamo oggi: si basava infatti sull’alfabeto etrusco introdotto a partire dall’area euganea di Este (Pd) attorno al 500 a.C..

Ma quali parole spagnole piacquero ai Veneziani al punto da appropriarsene?

Va da sé che le prime devono essere state quelle del gergo navale. Ecco allora lo spagnolo remador diventare il veneziano remador; le garitas (palchi a sbarre della galera) divennero garide (garitte in italiano); il burchiello deriva da buque (grande barca da carico) poi tradotta burchio o burcio; il cargo (carico) rimase tale assumendo poi in italiano il significato di nave (o aereo) merci;   l’avverbio duro è tuttora in uso.

Come misura di lunghezza gli spagnoli usavano il brazo (braccio) che divenne in veneziano brazzo; l’insolazione, dallo spagnolo solana è rimasta tal quale.

Nel Veneto per dire ironicamente sei furbo si dice alla spagnola te sì (o te sé) cuco; il setaccio in Spagna si diceva el tamiz e a Venezia divenne el tamiso;

Le indicazioni veneziane calle (via), ramo (traversa), rio (canale) furono prese pari pari dallo spagnolo; il campiello (cortile) era lo spagnolo campillo (campetto) e salizada (strada selciata) era in origine calzada.

Il termine rinfrescare o rinnovare era in spagnolo recentar (si pronuncia resentar) e divenne a Venezia resentar col significato di sciacquare; la calera (fornace) diventò caliera (pentola).

A Venezia e in tutto il Nordest per dire stupido si usa mona, parola presa dallo spagnolo per indicare la scimmia (animale ridicolo) e stupidaggine si dice monada come in spagnolo; un altro modo di dire è te tendo (ti controllo) che viene da te atendo; algùn (qualche) deriva da algunos; massa (troppo) viene da demasiado; mojo (bagnato) da mojado; somejar (somigliare) da semejar; straviarse (svagarsi) da extraviar (spendersi); strucar (stringere) da estrujar; si usa sustoso per suscettibile, dallo spagnolo susto (spavento); struccotto (abbraccio stretto) viene da estrujote; trabascar (ingegnarsi) dallo spagnolo trabajar (lavorare); villotta (danza, canzone, villanella) da villanota (concertino, serenata), zago è il chierichetto da zagal (adolescente).

E poi verbi e parole rimasti uguali allo spagnolo: amor (piacere, gusto), descalzo (scalzo), desmontar (scendere), despojado (spogliato), descargar (scaricare), descartar (scartare), lista (registro), mujer (donna), sentarse (sedersi), soldado (soldato).

Poi termini cambiati solo leggermente dagli originari spagnoli: ciacole (chiacchiere, da chacol, vinello scadente); descomodar (da desacomodar, scomodare); descordar (scordare lo strumento, da desacordar); despareciar (sparecchiare) da desparejar (disaccoppiare); levàrse (alzarsi) da levantarse; sparpajar (sparpagliare) da desparpajar; squajar (squagliare, da descuajar); sbregado (stracciato) da desbregado (lacero).

Per finire, una frase veneta (scritta come si pronuncia) comprensibile a Madrid come a Città del Messico, a Lima come nella Terra del Fuoco: Mi? Soy la mujer de Antonio, un comerciante de fruta, un poco tacàgno però onesto, che vive discretamente con poco. A cena sopa con ajo, pan, un poco de carne de galina con polenta, una copa de bacaro… Finalmente a dormir.*

*traduzione per i non veneti e non spagnoli: Io? Sono la donna di Antonio, un commerciante di fruta, un po’ avaro ma onesto, che vive discretamente con poco. A cena zuppa con aglio, pane, un po’ di carne di gallina con polenta, una coppa di vino rosso scadente… Finalmente a dormire

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...