Quei bambini attaccati al rene artificiale


Oggi 11 aprile è la Giornata nazionale della donazione e del trapianto di organi, tessuti e cellule. Se non me lo avesse ricordato don Maurizio Qualizza mio amico da quando eravamo compagni di banco alle superiori, che dal 2004 vive grazie al fegato trapiantato da uno sconosciuto donatore, e poi per Daniele Damei, questa ricorrenza mi sarebbe passata inosservata. Sono un figlio degenere, dato che fu mio papà Giorgio Brumat nel lontano 1971, a fondare a Bergamo l’associazione di volontariato DOB (Donatori Organi Bergamo) da cui poco dopo nacque AIDO (Associazione Italiana Donatori Organi) sempre a Bergamo, questa volta di livello nazionale. L’idea gli venne frequentando gli ospedali dove proponeva ai medici i nuovi prodotti della casa farmaceutica per cui lavorava. Ricordo che raccontava a me a mio fratello Stefano la pena che gli facevano quei bambini e ragazzi nostri coetanei che tre volte la settimana, per continuare a vivere, dovevano sottoporsi alla dialisi, ossia alla pulizia completa del sangue, restando attaccati per 12 ore al giorno al rene artificiale (oggi di ore ne “bastano” 4), una macchina che si sostituiva ai loro reni che non funzionavano più. Non c’erano solo giovani attaccati a quei salva-vita, ma certo vedere i più piccoli colpiva di più e papà era molto sensibile, facile alla commozione. Così chiese ai medici quale alternativa vi fosse e la risposta era sempre la stessa: trapianto. Solo che non esisteva una legge e i chirurghi potevano solo sensibilizzare i parenti di chi era appena morto chiedendo se volessero far vedere (col trapianto di cornea) chi era cieco, o rivivere chi era condannato alla dialisi e poi alla morte.

Erano anni storici. Nel 1967 a Città del Capo Christiaan Barnard, che papà conobbe qualche anno dopo in Italia, eseguì il primo trapianto di cuore in assoluto, a cui ne seguì uno altrettanto storico nel 1968 quando nel Sudafrica razzista Barnard compì un miracolo sociale oltre che sanitario, trapiantando il cuore di un uomo nero nel petto di un uomo bianco.

Al tempo in Italia troppi pregiudizi circondavano l’idea di morte e di donazione. Papà mi raccontò di quando, anni dopo, da presidente dell’AIDO fu invitato a Roma in una trasmissione radiofonica Rai, e a microfoni spenti chiese al celebre giornalista – conduttore (evito il nome per non creargli imbarazzi) se volesse iscriversi all’associazione per donare gli organi una volta morto: ebbene quello che fino a un attimo fa aveva espresso il suo plauso all’iniziativa, si mostrò inorridito e gli fece pure le corna…

Come si può dire di no a un atto così indispensabile, che oltretutto non crea alcun sacrificio a chi lo compie quand’è ormai cadavere? Vicino a casa nostra, nel quartiere bergamasco di Monterosso, viveva e lavorava Andrea Belotti, un simpatico e buon panettiere che di notte infornava e di giorno in bici portava il suo pane su e giù per quelle strade di collina. Cos’aveva di speciale? Era senza un rene. Per sua scelta. Per me tuttora un eroe. Aveva voluto salvare la vita al suo gemello regalandogli un bene supremo, una parte di sé, il rene di cui il fratello aveva bisogno. Tanto ne ho comunque un altro, ci scherzava su.  

Papà in parrocchia un giorno tenne il suo primo discorso ai ragazzi che preparava per una recita su testi di Jacopone da Todi. 87 gli iscritti iniziali. La prima associazione locale nacque il 14 novembre

1971 nella sede provinciale dell’AVIS di Bergamo. La stampa fu incuriosita e uscirono articoli non solo sul Giornale di Bergamo e sull’Eco di Bergamo, ma su Corriere della sera, La Notte, Il Giorno, L’Avvenire…

Riscoprirsi umani

Papà era friulano trapiantato a Berghem de hota (Bergamo di sotto) da 9 anni, ma i bergamaschi non facevano differenze: una buona idea andava aiutata a prescindere. Così regalarono scrivanie, armadi, macchine da scrivere. Fu una gara che non investì solo i piccoli: Italcementi diede materiale da ufficio e Stipel (futura Sip) fece un contratto agevolato; il concessionario Alfa Romeo regalò all’associazione una Giulietta con incluse tutte le riparazioni e più tardi l’Itavia (sì la sfortunata compagnia aerea fallita dopo l’attentato sui cieli di Ustica) regalò tutti i voli di rappresentanza per Roma.

Così senza soldi poté nascere l’associazione, che finché lui visse (giugno 2001) mantenne la sede nazionale a Bergamo, cioè in una città decentrata rispetto al potere della politica. Lui ci teneva, temendo sempre che il Palazzo avrebbe potuto fagocitare tutto, togliendo genuinità all’iniziativa.  

In una sua memoria sui primi tempi papà scrisse di un omone venuto ad iscriversi. Scrisse a fatica i suoi dati, ma al momento di consegnare le 3 foto richieste, ne era sprovvisto. Le ha la questura gli disse. E’ un agente? chiese Giorgio, ma quello confessò candidamente di essere ospite abituale di Sant’Agata (il carcere bergamasco). Papà deve aver fatto una faccia preoccupata, tanto che l’omone gli mise un indice sotto il naso dicendogli: Signore si ricordi che anche i mascalzoni hanno un cuore!

Fu per me una grande lezione– scrisse papà – Non potei far altro che abbracciarlo per avermi fatto capire che ogni uomo intimamente è buono.

Il coraggio di un’idea

Il 22 novembre 1972 ci fu il primo trapianto di rene da donatore DOB, Tiziano Sordelli di Brembate Sotto. Quella stessa sera il Comune di Bergamo aveva organizzato a favore dell’associazione un gala al teatro Donizetti presentato da Daniele Piombi con la partecipazione gratuita di tanti artisti: Enrico Montesano, Massimo Ranieri, Iva Zanicchi, Claudio Villa, I Vianella, I Gatti di Vicolo Miracoli, l’orchestra di Luciano Fineschi. Ospiti d’onore: Enzo Cerusico, Massimo Mollica, Mariolina Cannulli, Lando Buzzanca, Giacomo Agostini, Chelo Alonso.

Poi, con pazienza, con migliaia di conferenze tenute in Italia e in Svizzera da lui e poi da tanti altri, coinvolgendo migliaia di volontari in tutte le regioni, il numero degli iscritti all’associazione salì vertiginosamente consentendo moltissimi trapianti.

Fin da subito molti medici e poi i chirurghi trapiantatori Raffaello Cortesini, Gian Carlo Castiglioni,  Carlo Casciani e Paride Stefanini a Roma (quest’ultimo primo autore di trapianti in Italia),  Salvatore Donati e Renato Cortinovis al centro trapianti di Pavia, che non aspettavano altro che di avere organi da trapiantare per salvare vite e migliorare esistenze, mostrarono grande attenzione per l’iniziativa di Giorgio Brumat.

Nel mio piccolo da ragazzino aiutavo anch’io, battendo a macchina le tessere dei primi associati: avevo la numero 9 ed ero orgoglioso di papà e di sentirmi una piccola arteria di quel grande cuore pulsante che animava sempre più persone nel segno della solidarietà, sentimento che allora nessuno si vergognava di provare.

La dedizione agli altri di papà, totalizzante com’è stata, ha creato inevitabili cicatrici in famiglia; e non tanto per aver messo a rischio la sopravvivenza di quattro persone lasciando un lavoro sicuro per una missione. Ma a distanza di 40 anni mi sento di dire che ci ha corazzato tutti, insegnandoci a cavarcela con le nostre forze e ci ha dato un grande esempio da seguire, fatto di umanità, valori e coraggio. I padri a questo servono.  

Ringrazio per il video Daniele Damele e Maurizio Qualizza. Per il ricordo di Giorgio Brumat a Valvasone ringrazio il sindaco Markus Maurmair, Marilaura Martin presidente AIDO Friuli Venezia Giulia, Roberto Peressutti del Centro Trapianti del Friuli, Federica Tonin presidente AIDO Pordenone. Per la traslazione al Famedio del Cimitero monumentale di Bergamo suggerita da AIDO Lombardia al Comune di Bergamo e accolta dallo stesso, ringrazio il presidente AIDO Lombardia Giovanni Ravasi, il cav. Leonida Pozzi, il sindaco Giorgio Gori e quanti si sono prodigati nei vari luoghi per le diverse iniziative.

Ho scelto tre foto semplici, evitando quelle con i personaggi famosi. La prima sopra il titolo, è datata 14 novembre 1971, fondazione DOB con Giorgio Brumat tra Andrea Belotti a sinistra e Tommaso Gervasoni. Le altre sono di iniziative pro AIDO.  

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