Il gran rifiuto fu una condanna a morte


Quando nel 2007 entrai nella cella dove il 19 maggio 1296 il papa morì, rimasi interdetto (foto dell’altare su cui il detenuto celebrava messa). Per le dimensioni ridottissime (tre metri per uno e mezzo) di quel loculo umido e buio dove il detenuto sopravvisse 10 mesi assieme a due frati; per il fatto che a rinchiuderlo fu un pontefice e perché anche lui, la vittima, era papa. Si tratta ovviamente di Celestino V, il vecchio monaco benedettino molisano Pietro Angelerio (anche detto Pietro da Morrone) nato non si sa dove (Isernia o Sant’Angelo Limosano) e non si sa quando (tra il 1206 e il 1215), che dopo 106 giorni di pontificato vi rinunciò. Per la verità il Vaticano nemmeno lo vide dal momento che dopo la nomina a Perugia (5 luglio 1294) venne incoronato papa all’Aquila il 29 agosto 1294 nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, da lui stesso fatta erigere nel 1288 e poi regnò da Napoli.

Professione papa, vocazione eremita

Undicesimo di 12 figli di contadini, evidentemente apprese a leggere e scrivere dopo che il padre lo affidò ai frati. Nel 1230 si trovava nell’importante monastero di Santa Maria in Faifoli (CB) e nel 1239 lasciò ogni cosa per ritirarsi in una grotta sul monte Morrone sopra Sulmona (AQ). Dopo qualche mese di separazione dalle cose terrene, eccolo a Roma in Laterano per gli studi che l’avrebbero fatto diventare sacerdote. Ultimati, nel 1241 ritornò sul monte Morrone in un’altra grotta vicino alla chiesetta di Santa Maria di Segezzano dove visse cinque anni prima di scegliere una caverna ancora più inaccessibile sulla Majella e lì fondò l’eremo di Santo Spirito. Nel 1244 in una pausa dall’eremitaggio sul Morrone, scese a 600 metri d’altezza dove su un costone dello stesso monte (sopra Badia) pose le basi per l’eremo di Sant’Onofrio (foto) che doveva ospitare monaci dediti all’ascetismo (riuniti nella sua Congregazione dei frati di Pietro da Morrone), ma anche accogliere pellegrini in cerca di spiritualità.

Quando nel 1273 la sua congregazione rischiava la soppressione, d’inverno Pietro (ultra sessantenne) lasciò l’Abruzzo viaggiando a piedi fino in Francia per raggiungere Lione, in tempo per il Concilio voluto da papa Gregorio X. Quando lo vide, il pontefice non solo benedisse la congregazione dei Frati di Pietro da Morrone, ma gli permise di concelebrare una messa solenne dicendo che nessuno ne era più degno di lui.

Che non fosse uno sprovveduto incapace di gestire le cose terrene e votato solo all’ascetismo e all’eremitaggio, lo dimostra il fatto che tre anni dopo, nel 1276, l’arcivescovo Capoferro di Benevento lo inviò come abate nel monastero di Santa Maria in Faifoli perché risolvesse una controversia tra i benedettini e Simone Santangelo feudatario di Montagano. Il compito non solo non riuscì a lui, ma nemmeno nel 1278 al funzionario del re di Sicilia Carlo I d’Angiò; così Pietro trasferì i monaci nel monastero pugliese di San Giovanni in Piano (FG).

Ma il richiamo della solitudine per Pietro da Morrone (come ormai era chiamato da chi lo riteneva un santo) era troppo forte e il vecchio monaco tornò al suo eremo.

Girandola di papi

Intanto i pontefici si stavano succedendo a ritmo vertiginoso: Gregorio X il papa piacentino che Pietro andò a trovare in Francia, era morto nel 1276 dopo meno di 4 anni di pontificato. Dopo di lui c’erano stati: il francese Innocenzo V morto dopo 4 mesi, il genovese Adriano V eletto moribondo e morto dopo un solo mese di regno, il portoghese Giovanni XXI morto dopo 8 mesi di regno schiacciato dal soffitto del suo palazzo a Viterbo, il romano Niccolò III morto per ischemia dopo 2 anni e 8 mesi di pontificato, il francese Martino IV che durò in carica 4 anni, il romano Onorio IV che rimase vicario di Cristo quasi 2 anni, l’ascolano Niccolò IV papa per 4 anni. Per eleggere il nuovo papa il Conclave (formato al tempo da 12 cardinali, uno dei quali morì di peste) si riunì piuttosto a lungo, se il nome del prescelto saltò fuori solo dopo 2 anni e 3 mesi il 5 luglio 1294. Per annunciare al designato l’esito di quella votazione, tre ecclesiastici si recarono all’eremo di Sant’Onofrio. Iacopo Stefaneschi, uno dei tre, raccontò di essere stato accolto da un vecchio che indossava una tonaca malconcia e che mostrò molte perplessità rispetto alla straordinaria offerta. I tre gli si inginocchiarono ai piedi e Pietro, commosso, fece altrettanto con loro. Prima di accettare, il sant’uomo pregò a lungo il crocefisso appeso nella sua cella.

A proporre il nome del “santo” era stato il cardinale decano Latino Malabranca, e quell’idea era subito piaciuta a tutti per un semplice motivo: non certo perché Pietro fosse ritenuto santo dai sovrani di tutta Europa e anche dal popolo, ma per l’impossibilità di trovare un accordo tra le fazioni cardinalizie che esprimevano le volontà dei regnanti. Quindi chi condizionava le scelte del Vaticano optò per un uomo non legato ad alcuno dei potentati europei, abbastanza vecchio da durare poco, facilmente pilotabile e nel contempo ritenuto una personalità morale che nessuno avrebbe potuto criticare. (nell’immagine, Celestino V)

Il re a piedi, l’eremita sull’asinello

Per accompagnare il neo papa all’incoronazione ad Aquila, all’eremo di sant’Onofrio nel 1294 salì nientemeno che Carlo II d’Angiò re di Napoli (sopra il titolo). Pietro a dorso di mulo, con il re a piedi che gli teneva le briglie e dietro il corteo reale. Il nuovo papa era debole e vecchio: pochi mesi prima aveva predetto che la Chiesa sarebbe stata oggetto di gravi castighi se avesse ancora indugiato nella scelta del pontefice. Il poeta Jacopone da Todi cercò invano di metterlo in guardia sui pericoli vaticani dedicandogli una lauda che iniziava con Que farai, Pier dal Morrone

Al papa una stanza nel Maschio Angioino

Nei 97 giorni di pontificato Celestino V emise la Bolla del perdono che dava l’indulgenza plenaria a chi si recava, confessato e pentito, nei giorni del 28 e 29 agosto alla basilica aquilana di Santa Maria di Collemaggio: da quell’iniziativa che tuttora prosegue nel capoluogo abruzzese col nome di Perdonanza, prese forma nel 1300 il Giubileo. Inoltre creò 13 cardinali.

Mosso da autentica soggezione, il papa si affidò alla protezione di Carlo d’Angiò nominandolo maresciallo del prossimo Conclave; ratificò il trattato tra il sovrano di Napoli e Giacomo d’Aragona stabilendo che alla morte dello spagnolo la Sicilia sarebbe tornata in mani angioine e fissò la sede della Curia vaticana nel Maschio Angioino di Napoli dove il pontefice viveva in un’umile stanzetta.  

Il gran rifiuto

Il 13 dicembre 1294, sobillato dai suggerimenti del cardinal Benedetto Caetani (sotto il titolo), 64 anni, di Anagni (FR), il pontefice lesse ai cardinali questa sua volontà: Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della Plebe (di Napoli, ndr), al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale.

Undici giorni dopo Caetani a Napoli divenne il famoso Bonifacio VIII. Quasi subito il nuovo papa, temendo che i francesi potessero rimettere sul trono Celestino V, ordinò che si neutralizzasse il predecessore. Intanto da Napoli l’ex pontefice che si stava dirigendo al suo amato eremo, durante la tappa a Monte Cassino (allora si chiamava San Germano) fu avvisato da alcuni fedeli cardinali del piano di Bonifacio VIII. Decise quindi di fuggire in Puglia per imbarcarsi per la Grecia, ma a Vieste lo raggiunse il connestabile del Regno di Napoli Guillaume Etendard che lo riportò al Maschio Angioino, questa volta agli arresti. Secondo alcuni storici, al suo successore Celestino avrebbe lanciato questa profezia: Otterrai il papato come una volpe, regnerai come un leone, morirai come un cane.

Bonifacio VIII decise di nascondere Celestino V in luogo lontano e sicuro: gli armigeri vaticani portarono lui e due religiosi del suo seguito al castello di Fumone che era una proprietà Caetani nel Frosinate e lì lo fece rinchiudere perché vi morisse in cella: cosa che avvenne il 19 maggio 1296.

L’appello degli intellettuali

Blessed Jacopone da Todi (ca 1230-1306), 1436, by Paolo Uccello (1397-1475), fresco, 181×59 cm. Italy, 15th century. [Prato, Museo Dell’Opera Del Duomo (Cathedralmuseum, Sacred Art Museum)] [10115173]

L’anno seguente, il 10 maggio 1297, un gruppo di intellettuali (come si direbbe oggi) firmò un appello – manifesto di Lunghezza (dalla località nei pressi di Roma) in cui dichiaravano nullo il ritiro di Celestino V e quindi la successione di Bonifacio VIII. Tra i firmatari vi erano i cardinali Jacopo Colonna, Pietro Colonna, il poeta e minore francescano Jacopone da Todi (sotto il titolo) e alcuni francescani: tutti chiedevano che non si prestasse obbedienza a quel papa, eletto con l’inganno. Per tutta risposta Bonifacio VIII fece destituire i cardinali dissidenti. Seguirono altri due manifesti a cui il papa rispose con una seconda bolla che scomunicava anche i cinque nipoti di Jacopo Colonna, nominando quella famiglia Dannata stirpe e dannato sangue. Ma il pontefice non si limitò alle scomuniche: nel settembre 1297 fece conquistare militarmente la città di Palestrina dove si trovavano i suoi avversari e in quel frangente Jacopone da Todi fu preso, spogliato dal saio e imprigionato nel carcere sotterraneo di un convento da dove uscì solo nel 1313.

 

In “lutto” il papa carceriere

Ipocritamente il perfido Caetani portò il lutto per la morte di Celestino V e ne avviò il processo di canonizzazione portato a compimento a furor di popolo e con l’avvallo del re di Francia, Filippo il Bello, da Clemente V il 5 maggio 1313. Nella chiesa di Collemaggio le spoglie di Celestino V giacciono dal 1327, e dal 1527 si trovano dentro un mausoleo (foto) realizzato da Girolamo Pittoni, scultore- architetto maestro vicentino di Andrea Palladio.

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