Gesto antirazzista 5 azzurri su 11


Agli Europei l’Italia ha vinto 1-0 sul Galles. Bene. Ma metà squadra ha fatto una brutta figura ancora prima di giocare. Vi ricordate quando nel maggio del 2020 a Minneapolis (Usa) l’afroamericano George Floyd è morto soffocato dal ginocchio che un poliziotto gli ha premuto sul collo per 7 minuti? Da allora dagli Stati Uniti è partito un gesto simbolico di solidarietà verso le vittime di sopraffazioni razziali, che si manifesta negli eventi più seguiti: così la società civile mostra il ripudio di comportamenti violenti, tantopiù se a compierli sono i tutori della legge. Si poggia un ginocchio a terra, come fece quel poliziotto, ma solo per qualche secondo perché un simbolo è un simbolo. Niente di più, un ricordo e un segno di rispetto, come fare il segno della croce passando davanti a una chiesa o togliere il cappello a un funerale o chinare la testa in segno di saluto o giocare una partita con il lutto al braccio (come hanno fatto gli italiani in memoria di Giampiero Boniperti) o mettere la mano sul cuore ascoltando l’inno nazionale. Perché quei segni, plateali, significano mostrare senza pudori una vicinanza o un’appartenenza o un rispetto.

Indolore e a mio avviso bello e prezioso. Ma non a tutti piace. Poi come sempre, le fazioni politiche si sono prese la paternità del sì e del no anche per gesti come questo, creando le solite divisioni manichee: chi è con noi lo fa, chi è contro no. Così si legge di perentori inviti a non inginocchiarsi venuti da tifoserie politicamente orientate in Spagna e di bordate di fischi in Russia indirizzati ai giocatori belgi inginocchiatisi prima di affrontare i padroni di casa. Guardando il fenomeno da una prospettiva di “curva sud”, si può sintetizzare che alcuni parteggiano per i neri e altri per i bianchi o che da sempre una parte dell’umanità è sensibile ai più deboli e un’altra al potere.

Che qualcuno fraintenda? Essere solidali con le vittime di abusi di potere non significa odiare chi lavora per difendere la legge, ma stigmatizzare comportamenti sbagliati, spesso fatalmente compiuti contro minoranze (etniche o economiche o portatrici di disagiati psichici).

Tornando alla partita, abbiamo visto come tutti i calciatori gallesi si siano inginocchiati qualche secondo dando all’Europa la loro immagine di civiltà; e come dalla parte azzurra solo cinque abbiano fatto altrettanto: Rafaél Toloi, Emerson Palmieri do Santos, Matteo Pessina, Andrea Belotti e Federico Bernardeschi, ovvero due brasiliani (naturalizzati italiani solo perché bravi calciatori), due lombardi e un toscano. Gli altri non se la sono sentita di piegare un ginocchio a terra.

Negare un atto di solidarietà sociale (internazionale e trasversale), per quanto semplice e banale, è altrettanto carico di significati del gesto opposto e induce a una immediata identificazione del pubblico che in questo caso sente questo o quel giocatore più o meno vicino alla propria sensibilità. Quindi chi vede quella scena in tv si dà delle risposte istantanee, giuste o sbagliate visto che è impossibile conoscere a priori i personali distinguo: vede 11 + 5 inginocchiati e 6 in piedi. Perché i gesti, come le parole, hanno un peso enorme: soprattutto quando a farli sono personaggi famosi al cui fascino migliaia di persone sono sensibili.

Io non penso che i nostri calciatori rimasti impassibili in piedi siano razzisti; se in effetti non lo sono, avrebbero però dovuto tener conto che le immagini in tv portano inevitabilmente a giudizi affrettati, a fare 2+2 senza pensare che possono esserci anche altre spiegazioni possibili: distrazione, forte individualismo, poca propensione all’imitazione, insofferenza alle esternazioni, vergogna, timidezza, magari artrite.

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