Solidarietà, il posto da riempire


Stasera agli Europei di calcio gli 11 della nazionale italiana di calcio sfideranno l’Austria a Wembley, ma prima della partita non si inginocchieranno in segno di solidarietà con gli afroamericani ancora vittime di razzismo negli Stati Uniti (ma non solo). A questa silenziosa protesta nella partita contro il Galles aderirono in 5 aprendo una polemica che ora porta la squadra a non mettere più in gioco i simboli per evitare strumentalizzazioni. Mai si dica che metà squadra italiana è razzista perché non si inginocchia sul campo!

E poi, a dirla tutta, mica sono neri questi calciatori. Mica hanno vissuto mobbing o violenze per il colore della loro pelle, mica corrono il rischio di vedersi immobilizzare a terra da un poliziotto che li soffoca col ginocchio al collo per impedirgli di muoversi… Quindi perché mai dovrebbero sentirsi solidali con gente come George Floyd e altri a cui negli ultimi mesi è capitato e ne sono morti? Perché dovrebbero mettersi in ginocchio pochi secondi per mostrare vicinanza a chi non conoscono? La solidarietà in genere la offre chi dentro un dramma ci è entrato, chi l’ha visto da vicino… Come gli atleti statunitensi Tommie Smith e John Carlos che alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 salirono sul podio del primo e terzo posto dei 200 metri piani sollevando al cielo il braccio con un pugno chiuso dentro un guanto nero e a piedi scalzi. Protestarono così, col guanto simbolo del Black Power e coi calzini neri al posto delle scarpe indicando povertà, per chiedere il rispetto dei diritti civili per la loro gente. Oddio non risulta che loro avessero sofferto violenze razziali, ma di certo ne avevano sentito parlare nelle loro comunità del Texas e di New York.  Ma allora perché a quel gesto simbolico di protesta aderì anche il secondo classificato, l’australiano bianco Peter Norman che come loro portò sul petto la coccarda dell’Olympic Project for Human Rights? Chi glielo fece fare di esporsi ottenendo in cambio il boicottaggio dei media e delle società sportive al punto da venir escluso dalle seguenti Olimpiadi nonostante si fosse qualificato?

E’ la gogna dei social che i nostri calciatori temono più di ogni cosa. Apparire anti razzisti in una società per metà razzista e per metà antirazzista solo a parole. In fondo non dovrebbero temere visto che lo sport (che è il loro ambiente) supporta gli atleti di colore e gli sportivi li esaltano: per opportunismo, visto che in genere fisicamente hanno una marcia in più.

La statua in movimento

Dal 2005 a San José in California, nel campus della San Josè University una statua in fibra di vetro bronzo e piastrelle voluta dallo studente bianco Erik Grotz (allora 25enne neolaureato in Scienze politiche) e realizzata dall’artista portoghese bianco Rigo 23, ricorda con grande realismo quel gesto lontano del 1968. Per volontà di Peter Norman, l’atleta australiano arrivato secondo, nella statua il suo posto sulla pedana dell’argento è lasciato vuoto: per rispetto verso i due colleghi neri e per lasciare che altri prendano posizione lì per farsi fotografare con i due, dimostrando ancora che la volontà di esprimere uguali diritti per tutti è un bene positivo e chiunque può farlo mettendosi in gioco. Mostrare il coraggio di un principio sancito da qualsiasi Costituzione non dovrebbe essere pericoloso. Se lo fosse davvero vorrebbe dire che viviamo in un regime.

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