Il camion Fiat e la strage dei Romanov


C’è anche un autocarro Fiat tra i protagonisti della strage con cui i bolscevichi cancellarono la famiglia dell’ultimo zar di Russia. E’ il 16 luglio 1918 quando un gruppo di comunisti nei pressi di Ekaterinburg (oltre 1600 km a est di Mosca) requisisce un autocarro Fiat 15. Il mezzo è perfetto per il piano del Soviet degli Urali di eliminare i Romanov, gli ingombranti prigionieri imperiali detenuti nella villa dell’ingegner Nikolaj Ipate’ev: Casa bella e linda scrive lo zar Nicola II nel suo diario (foto sotto). La preoccupazione dei bolscevichi e che l’imminente arrivo dei Russi Bianchi possa liberare lo zar. Il piano viene deciso il 29 giugno 1918 dai quattro membri del Soviet degli Urali che ha sede nell’hotel Amerika a Ekaterinburg. Il rischio che la famiglia dello zar e i suoi servitori vengano liberati dalla Legione Cecoslovacca formata da volontari, in avvicinamento, è alto.

In quei giorni nella Russia rivoluzionaria si discute molto sulle sorti della famiglia imperiale: l’avvocato Aleksandr Kerenskij, primo ministro della Repubblica Russa e uno dei fautori della destituzione dello zar, immagina la loro possibile liberazione; Lev Trockij, già commissario del popolo, vorrebbe sottoporli a Mosca a un processo del popolo dagli esiti scontati, come pure Lenin.

Per le sorti di zar e zarina il Soviet locale ha bisogno dell’avvallo di Lenin e dei suoi; così il 3 luglio invia a Mosca Filipp Goloschekin con la richiesta di eliminare i Romanov, ma lì l’inviato trova solo 7 dei 23 membri del Comitato Esecutivo Centrale, tra cui Lenin. Il permesso non viene concesso anche perché i capi del partito ritengono che la famiglia imperiale serva più da viva che da morta, come merce di scambio con i tedeschi; o per lo meno non esistono documenti che attribuiscano a Lenin la decisione di avvallare la strage. Ricevuta la risposta, il Soviet degli Urali decide autonomamente perché le truppe filo zariste sono ormai vicine.

Il commissario bolscevico Jakov Jurovskij, 40 anni (simile nei tratti del volto all’eroe trentino Cesare Battisti) il 4 luglio diventa il nuovo comandante dei 72 guardiani di guardia alla villa (16 dentro e 56 fuori, dotati di 4 mitragliatrici, una sul campanile della chiesa e tre alle finestre), ottiene mandato dal Soviet degli Urali di compiere la strage e sbarazzarsi dei cadaveri. La sera di quel martedì 16 luglio Jurovskij fa distribuire ai suoi 14 rivoltelle nuove, non devono incepparsi. Dopo mezzanotte bussa alle camere dei prigionieri: Alzatevi in fretta e scendete! Vi portiamo al sicuro. Da giorni si sentono colpi di cannone, lo zar spera che l’avvicinarsi dei nazionalisti ponga presto fine ai 16 mesi di prigionia. Svegliati di soprassalto, i reali ormai certi di andare incontro al loro destino, scendono nella generale concitazione. Nicola (50 anni) porta in braccio il figlio Alessio (13 anni) che non riesce a camminare per una recente caduta, la zarina Alessandra (46 anni) è con le quattro figlie Anastasia (17 anni), Olga (22 anni), Tatiana (21 anni) e Maria (19 anni). Con loro ci sono il medico di famiglia Evgenij Botkin, 53 anni, Anna Demidova, 40 anni, dama di compagnia della zarina e insegnante, il capocuoco Ivan Charitonov, 48 anni, il capo cocchiere Aleksej Trupp, 62 anni: gli ultimi dipendenti che i bolscevichi hanno concesso di tenere tra i molti della corte che avevano seguito gli zar. Tutti e 11 vengono condotti nel piccolo seminterrato dove restano in attesa. La zarina chiede delle sedie, gliene portano due: una per lei e sull’altra mette il figlio malato. Il commissario ordina che si dispongano presto in fila davanti a una doppia porta chiusa a chiave. Loro forse pensano a un’imminente fotografia e si sistemano su due file: davanti la famiglia e dietro i servitori, mentre da fuori arriva il rumore di un camion, quindi l’annuncio dell’imminente trasferimento corrisponde al vero. Poi Jurovskij rientra assieme a dieci guardie armate di pistole semiautomatiche tedesche e belghe. La situazione cambia. Nell’angoscia generale, stando sulla porta, gli armati si dispongono come un plotone di esecuzione. E subito il commissario legge un foglio su cui aveva scritto più o meno questo: Nicola Alexandrovich, i vostri amici hanno tentato di salvarvi, ma senza successo, perciò siamo costretti a uccidervi.

La zarina e una delle figlie fanno il segno della croce, lo zar volta la schiena al plotone guardando i suoi, poi si rivolge frastornato al commissario chiedendogli: Come… cosa?

Jurovskij rilegge la sentenza di morte di un processo mai avvenuto, poi dà l’ordine di puntare le armi. Nicola II si gira ancora verso i familiari e viene colpito al petto da tre colpi di rivoltella del commissario: è il segnale perché tutti aprano il fuoco, ognuno su un bersaglio preciso, tra 10 e 12 armati (numero incerto) contro 11 disarmati. Pyotr Ermakov, commissario militare, descritto come assassino psicopatico, spara un colpo alla testa del piccolo Alessio, poi alla sorella Maria che cerca scampo verso la doppia porta e si accascia ferita a una gamba. Grigorij Nikulin, assistente del commissario, spara un intero caricatore Browning su Alessio rimasto seduto e protetto dai gioielli che gli hanno cucito nelle mutande e nel berretto; allora Ermakov lo pugnala a morte e Jurovskij lo finisce con una rivoltellata in testa.

Intanto all’esterno Alexei Kabanov tiene alto il motore del camion per camuffare i suoni dell’eccidio che comunque si sentono e svegliano il villaggio. Allora si passa alle baionette per finire molte delle vittime agonizzanti. La dama di compagnia tiene al petto un cuscino in cui aveva avvolto dei gioielli che la salvano dalla prima scarica così come altre donne che hanno i gioielli cuciti negli abiti. La sparatoria dura una ventina di minuti e vengono aperte le porte perché il fumo degli scoppi e la polvere del muro ormai impediscono di vedere. Altri due sparano in testa a due delle sorelle che a terra si coprono la faccia. Il commissario si accanisce su tre delle sorelle, sulla Deminova e sul medico, finendoli. Tatiana, Anastasia e Maria sono le ultime a morire: portano cuciti addosso 1,3 kg di diamanti che avrebbero costituito un’importante merce di scambio durante il trasferimento. Tatiana viene colpita alla nuca da un solo colpo di pistola.

Nel massacro muoiono anche i cagnolini di famiglia: lo spaniel Gemmy di Anastasia e il bulldog francese Ortin di Tatiana, trovati nella fossa comune con i resti dei Romanov e dei loro servitori. Il terzo cane, scappato di casa il giorno prima, si salverà.

Pavel Medvedev, assistente del commissario, racconterà in seguito che in quella stanza il sangue scorreva a rivoli. Ma nonostante i moltissimi colpi sparati, mentre viene posta su una barella, una delle granduchesse si muove e lancia un urlo coprendosi il viso con la mano, racconterà Alexandr Strekotin, uno dei carcerieri: così Pyotr Ermakov gli strappa di mano il fucile e tenta invano di trafiggerla con la baionetta prima di spararle alla testa e di colpire con la baionetta gli altri ancora vivi. 70 i colpi esplosi in quel locale su bersagli inermi, schermati da diamanti e gioielli nascosti addosso.

L’ordine è di non sparare all’esterno e così vengono tutti caricati- vivi e morti- sul camion Fiat. Alle 2 di notte dopo 10 km di viaggio il convoglio giunge nella cava abbandonata del bosco di Koptiakij dove i corpi vengono spogliati, si bruciano i vestiti dopo avervi estratto i gioielli che custodivano e i cadaveri vengono buttati nell’acqua e nel fango che però non sono sufficienti a coprirli; né bastano i rami con cui cercano di occultarli. L’indomani un sopralluogo rivela che quei corpi sono visibili. Qui il macabro diventa ancora più macabro. Jurovskij e i suoi aspettano la notte, estraggono quattro cadaveri e iniziano a dare alle fiamme Alessio Romanov e una sorella, ma essendo inzuppati d’acqua piovana non prendono fuoco nonostante il lancio di qualche bomba a mano. Allora decidono di trasferire tutti in un’altra cava vicina.

Come risulta da una nota scritta di suo pugno dal commissario, alle 4 di mattina del 19 luglio 1918 dopo aver tirato fuori i morti issandoli con le funi, col loro camion portano i cadaveri verso la seconda cava, ma dopo alcuni chilometri uno dei camion fatti arrivare assieme ad alcuni carri carichi di barili di benzina, kerosene e 170 litri di acido solforico, si impantana nel fango in prossimità dei binari del treno; allora gli uomini si fanno consegnare delle assi di legno dal custode del passaggio a livello e con le traversine liberano l’automezzo. Vedendo in loco una situazione propizia, viene deciso di scavare a fianco della strada una grande fossa profonda circa un metro e 80 per 2 metri e mezzo, vi buttano 9 cadaveri e li cospargono con acido solforico per renderli irriconoscibili. Poi coprono tutto con terra e sterpaglia e infine con le assi di legno sopra cui l’autocarro Fiat passa più volte schiacciando tutto. E’ un lavoro provvisorio che non riusciranno a perfezionare per l’effettivo arrivo dell’Armata Bianca il 26 luglio.

Negli anni ’90 lì furono riesumati nove degli 11 corpi. Nel 2007 in due pozzi carboniferi vicino a Ekaterinburg furono rinvenuti i resti di Alessio e della sorella Maria.

Nel commando un giovane di 17 anni

Poco chiara la composizione del gruppo di fuoco che nella notte del 17 luglio 1918 nel seminterrato di una villa vicino ai monti Urali, a colpi di pistola e di baionetta trucidò a sangue freddo i 7 principali componenti della famiglia dello zar più 4 servitori e due cagnolini. In ogni caso era composto da russi, lituani, lettoni e un austriaco, capitanati da un siberiano.

I russi: il capo Yakov Yurovsky, 40 anni siberiano di famiglia operaia iper religiosa, tra i fondatori del Soviet degli Urali nonché membro della polizia segreta sovietica Ceka (creata 6 mesi prima da Lenin); il suo assistente ucraino Grigorij Nikulin di 23 anni, membro della Ceka; Victor Netrebin, 17 anni siberiano (il più giovane del commando); Michail Medvedev (detto Kudrin), 26 anni figlio di contadini di Kirov (Russia), membro della Ceka e responsabile della sicurezza della casa dov’erano detenuti i Romanov; Pyotr Ermakov, 33 anni, fabbro. Poi c’era Yanis Tselms, tiratore scelto lettone o un certo Soames lituano. I lettoni: i fratelli Alexei e Michail Kabanov. Fu Alexei ad avvisare il commando che gli spari si sentivano all’esterno e che era meglio procedere a colpi di baionetta.

Pavel Medvedev, 30 anni, russo, responsabile della sicurezza esterna della casa, non prese parte al massacro, ma fu incaricato con altri di portare le barelle coi morti dallo scantinato al camion dove attendeva Filipp Goloschekin, 42 anni, russo, che durante l’eccidio camminò nervosamente all’aperto. In seguito organizzò la pulizia della stanza per nascondere le tracce dell’eccidio che rimasero però ben presenti sui muri rivestiti dalla carta da parati.

Il Fiat assemblato a Mosca

Il Fiat 15 era un autocarro militare leggero Fiat (progettato nel 1911 da Carlo Cavalli) usato dall’esercito italiano nella guerra contro i turchi e nel 1915-18. Nel 1913 uscì la terza versione migliorata, il Fiat 15 Ter. Su licenza Fiat la fabbrica ZIL (la principale casa russa costruttrice di automezzi) lo produsse in Russia a partire dal 1924 chiamandolo F-15: quindi il modello impiegato a Ekaterinburg era italiano.

Per volere dello zar la ZIL era stata fondata a Mosca il 2 agosto 1916 come Società automobilistica di Mosca AMO. Aveva attrezzature americane d’avanguardia e doveva occupare 6.000 operai, col progetto di produrre su licenza gli autocarri Fiat F-15 Ter (modello del 1915), ma per colpa della rivoluzione la fabbrica divenne operativa solo nel 1924 quando i metallurgici moscoviti il 30 aprile 1923 decisero di intitolarla a Pietro Ferrero, operaio comunista di Grugliasco ucciso a bastonate dai fascisti nel 1922. Tuttavia la AMO tra il 1917 e il 1919 riuscì ad assemblare 1.317 di questi camion italiani comprati a Torino: 432 nel 1917 e 779 l’anno dopo. L’autocarro era lungo 5 metri e mezzo e poteva trasportare una tonnellata e mezza viaggiando a 42 km orari.

2 risposte a “Il camion Fiat e la strage dei Romanov

  1. Il sensazionalismo di una strage le cui vittime sono famose e chiamate con nome e cognome è più intenso, commovente, suscita rabbia e disgusto verso chi ne è autore. I milioni di servi della gleba morti in giovane età di stenti e fatiche inenarrabili per secoli interi, bambini che non sopravvivevano a banali malattie, persone condannate dalla condizione di nascita e di censo ad una vita predestinata alla miseria endemica e invincibile…tutti costoro erano tanti Nicola, Michail, Evgenij, Maria, Anastasia, Aleksandr, Anna, Ivan, ecc., microcosmi le cui potenzialità umane erano schiacciate dalla rassegnazione divenuta quasi geneticamente ereditaria, per nessuno di loro c’è stata mai la carezza della storia, né il conforto del ricordo, i loro infiniti nomi, le loro individualità sono misconosciute e annullate nell’astratta denominazione collettiva di “massa”, non sono esistiti mai come persone ma solo come fenomeno riconosciuto nell’anonima sua globalità che, in quanto tale, senza ritratti ed immagini, senza storiografi che ne perpetuino il ricordo individuale, provoca emozioni modeste che sbiadiscono all’istante.

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