Le diversità. Una ricchezza


Ricordo lo stupore provato la prima volta che raggiunsi Parigi in aereo. All’atterraggio. Non l’aeroporto, mi colpirono le case prima di arrivarci. Decine di villette tutte uguali rendevano lo scenario di sotto identico, omologato. Lo stesso mi era capitato camminando in una luminosa notte bianca di giugno vicino ai condomini a palafitta di Leningrado (l’anno prima che cambiasse nome in San Pietroburgo), ma lì si trattava di edilizia statalista tutta uguale a se stessa, c’era da aspettarselo. Il pensiero corse al nostro modello italiano, dominato dall’individualità, dalla singolarità, dalla ricerca di unicità e distinzione. E’ questa la diversità.

Ci abiteremmo volentieri nel quartiere Huaxi della città cinese di Jiangyn (foto sopra il titolo) dove è leggermente difficile rientrare a casa (non solo in presenza di nebbia) dal momento che gli edifici sono tutti uguali?

Come si può anche solo pensare – soprattutto per noi italiani – che la diversità sia una qualità negativa? Siamo la patria delle diversità! Lo dice la storia, ma anche la geografia. Il nostro non è un paese piatto, lineare, tutto uguale, e questo fa la differenza anche nello sviluppo delle relazioni sociali. L’Italia è dominata dai rilievi: per il 41,6% della superficie della penisola il paesaggio è collinare, per il 35% abbiamo le catene montuose che attraversano tutto il fronte nord e che spezzano in due il centro- sud. Le pianure (luogo che facilita scambi e conflitti) occupano solo il 23,2% del paese. E come se non bastasse abbiamo un territorio stretto e lungo, che tocca la Svizzera e finisce più in basso della capitale tunisina.

I nostri campanili

I 7.904 Comuni (dato 2001) sono una realtà forse unica a livello mondiale in rapporto alle dimensioni geografiche dello Stato. Il loro numero elevato, la loro collocazione disseminata in aree spesso poco facili da raggiungere, hanno fatto la bellezza dell’Italia, ma anche degli italiani. Se a differenza di altri popoli europei siamo stati spesso e lungamente sottomessi e occupati, è per la frammentarietà dei tanti poteri locali, per la difficoltà di unificare e di mettere d’accordo genti che vivevano lontane tra loro, nei loro villaggi con usanze e costumi propri, con cibi diversi, santi diversi, dialetti diversi, modi di pensare diversi. Anche a pochi chilometri di distanza il campanilismo è feroce, ma lo è sempre stato: prendo come esempio una rissa da stadio con morti e feriti tra tifosi napoletani e nocerini; non dopo una partita di calcio, ma al termine di uno spettacolo di gladiatori nella Pompei dell’anno 59. Fu un tale choc che d’imperio l’anfiteatro venne chiuso per 10 anni: ma anche allora le cose si facevano all’italiana e quindi dopo due anni fu riaperto grazie alla raccomandazione di Poppea, moglie di Nerone.  

La diversità espressa dai Comuni medievali e poi dalle signorie rinascimentali, è stata sempre la molla per fare di più, e meglio degli altri per distinguersi: nel Medioevo innalzando ogni famiglia una torre più alta del vicino, e in seguito chiamando gli artisti più famosi per circondarsi di edifici e arte da fare invidia a tutti. Ci fosse stato nel Rinascimento un unico sovrano d’Italia, di certo oggi non potremmo vantare la ricchezza artistica che ci rende unici nel mondo. Francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli, russi, hanno avuto fior fiore di imperatori e di Stati sovrani sottoposti ad un unico potere centrale: eppure non hanno il patrimonio artistico dell’Italia spezzettata in tanti staterelli e per di più saccheggiata nei secoli da alcuni dei popoli su citati. Perché l’inventiva e la bravura magari saranno anche diffusi equamente sulla Terra, ma per incentivarle e farle emergere servono tanti mecenati e non quattro o cinque.

La diversità quindi, come bene prezioso. E che dire della nostra economia a lungo studiata all’estero come raro esempio di qualità imprenditoriale? Il Made in Italy in tutte le sue filiere parte soprattutto da minuscole realtà produttive spesso a gestione familiare, dalle famose piccole e medie imprese che per flessibilità e capacità inventiva sono altra cosa rispetto ai grandi colossi industriali che dominano il mondo. Le pmi non sono forse il riflesso plastico di un localismo e di un individualismo all’ennesima potenza, dove ci si studia da vicino e si cerca sempre di fare meglio, ma anche si impara l’arte e poi ci si mette in proprio divenendo diversi rispetto al punto di partenza?

Poco conta che oggi molti neghino il valore della diversità e dell’individualità e guardino con favore all’omologazione e alla chiusura dei confini, come se le passate esperienze di autarchia o i dazi avessero mai arricchito chi li praticava…

E poi la tanto decantata globalizzazione ha portato con sé i danni che le Cassandre del tempo avevano previsto, ma per il valore ovvio della creatività che si esprime preferibilmente in situazioni di relazione, di scambio culturale, di incontro. L’incontro tra uguali, per definizione, non fa mai scaturire grandi intuizioni. Cosa ha portato alle grandi scoperte, cosa ha fatto crescere l’umanità se non l’avventurarsi a conoscere luoghi, genti, esperienze diversi, se non il viaggio, la sperimentazione di approcci praticati altrove?

Se il diverso è speciale…

E’ l’incontro tra diversità ad arricchire. Nei secoli noi italiani queste diversità le abbiamo spesso subìte o comunque incontrate. E non in quanto conquistatori, ma come conquistati. Essere una penisola dove greci, arabi, spagnoli, africani, americani e inglesi sbarcavano a loro piacimento, essere una porta aperta per francesi, tedeschi, slavi, ha arricchito il nostro patrimonio genetico e culturale, allo stesso modo di quanto il dna dell’Homo Sapiens si è arricchito con quello del Neanderthal con cui rimase in contatto per migliaia di anni. Come hanno sperimentato le comunità isolate e chiuse che non vogliono contatti esterni, mescolarsi tra culture e genti al contrario non solo è normale, ma profondamente salutare. E poi, a prescindere da tutto, le dinamiche del genere umano non si possono arginare, ma solo assecondare; o al limite si può e si deve correggere le storture – spesso provocate dalle società opulente – che generano gli esodi di massa. Se il pianeta si surriscalda e le temperature diventano impossibili, masse oceaniche si riverseranno a latitudini più alte e allora sì che potremo parlare di invasione. La prima invasione dell’Europa l’abbiamo già fatta noi Homo Sapiens lasciando l’Africa

Dov’è che tutti, ma proprio tutti, sono a favore delle diversità? Nello sport. Che nella nazionale italiana (meglio se delle specialità più seguite) ci siano italiani di colore in grado di farci conquistare medaglie o coppe nelle competizioni internazionali più prestigiose, sono contenti perfino i più sfegatati razzisti, che in quel caso affermano in modo netto di essere stati sempre fraintesi perché loro hanno sempre e soltanto difeso la sicurezza nazionale. La diversità degli altri è purtroppo considerata generalmente accettabile solo quando contribuisce al successo della società (nazione) in cui essa si manifesta. Gli omofobi in genere non criticano Leonardo da Vinci o Michelangelo per i loro gusti sessuali, ma solo perché sono appunto due geni che, a contestarli, si finirebbe in minoranza! E’ quindi la normalità nella diversità a fare la differenza?

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