Europei. Gli avi più recenti sono “turchi”, “russi” e “ucraini”


Ricostruzione (dal cranio) di un guerriero nomade Yamnaya

Noi europei siamo frutto di antichi mix genetici prodotti da più ondate migratorie: le prime dall’Africa iniziarono circa un milione e 800.000 anni fa. Lo sappiamo dalle tracce che alcuni Homo Ergaster (ominidi alti tra 145 e 160 centimetri e di peso tra i 40 e i 50 kg) hanno lasciato a Dmanisi nel Caucaso georgiano. Le seguenti migrazioni partirono sempre dall’Africa 54.000 anni fa quando in Europa entrarono i primi Homo Sapiens; poi 24.000 anni fa quando dal Caucaso arrivarono cacciatori – raccoglitori; poi 9.000 anni fa ci furono interi clan familiari che dall’Anatolia giunsero in Europa portando sotto forma di esperienza quotidiana la nuova invenzione – l’agricoltura – appresa dai vicini “palestinesi” che 11.400 anni fa coltivarono i primi fichi prima che nel Kurdistan meridionale si avviassero le coltivazioni e nella Turchia quelle del Triticum monococcum antenato del grano; infine 5.000 anni fa quando torme di cavalieri (per il 90% maschi) introdussero nel continente altre tre scoperte rivoluzionarie: una lingua compiuta, l’addomesticamento dei cavalli e il carro.

Riassumo qui i dati dello studio genetico condotto nel 2017 dagli studiosi del Max Planck Institute for the Science of Human History di Jena (Germania) Amy Goldberg, Torsten Gunther, Noè A. Rosenberg, Mattia Jacobsson e Wolfgang Haak. Gli scienziati sono partiti dal presupposto che la preistoria europea deve moltissimo a questi due ultimi eventi migratori di massa: quello anatolico (area dell’attuale Turchia) di circa 9.000 anni fa e quella della steppa del Ponto-Caspio (vasta area tra Bulgaria, Russia meridionale, Kazakistan, Romania, Ucraina e Moldavia) di circa 5.000 anni fa. Queste due migrazioni portarono agli europei cacciatori – raccoglitori grandi cambiamenti sociali, tecnologici e linguistici: prima introdussero l’agricoltura che arrivava dall’Anatolia e poi, dalle steppe, la lingua indoeuropea, i cavalli addomesticati e i carri. Inoltre le due migrazioni hanno costruito più di metà del patrimonio genetico degli attuali residenti nell’Europa centrale. Un altro fattore determinante emerso dallo studio riguarda il sesso, evidenziando come le differenze sociali esistenti tra i popoli sono dovute al peso che ciascun clan del tempo dava a maschi e femmine a proposito della regolazione dell’eredità, del luogo di residenza delle famiglie condizionato a dove vivevano i genitori, della gerarchia sociale, della mescolanza e di quali clan evitavano rapporti tra consanguinei. Tali differenze specifiche per sesso dovute alla migrazione e alla mescolanza con le genti locali hanno modellato variazioni genomiche in tutto il mondo, con esempi più evidenti in Africa, Australia, isole del Pacifico, Asia centrale e nelle Americhe determinando eventi socioculturali e demografici del passato che si ripercuotono sull’oggi.

Sono state proprio le analisi del DNA mitocondriale ereditato dalla madre (mtDNA) e del cromosoma Y ereditato dal padre a evidenziare che l’agricoltura è stata portata in Europa non da una o poche persone che trasmisero l’informazione su come funzionavano le prime coltivazioni in Anatolia, ma attraverso una migrazione in larga scala di maschi e femmine, quindi di intere famiglie spostatesi lentamente, ma inesorabilmente 9.000 anni or sono verso occidente, là dove il sole va a morire.

Diversa situazione si ritiene invece essere avvenuta nella successiva migrazione di 5.000 anni fa, che dalla steppa del Ponto-Caspio portò in Europa i nomadi guerrieri Yamnaya: una cultura (detta anche Cultura della tomba dell’ocra) che aveva una forte gerarchia maschile, dimostrata dal grandissimo numero di sepolture di uomini, dalle divinità maschili e dai termini di parentela. Quell’area è anche ritenuta luogo d’origine dell’addomesticamento del cavallo in Europa ed è nota per l’uso di carri trainati da cavalli. Utilizzando i cavalli quegli uomini raggiunsero con una certa rapidità i territori europei, in diverse ondate: probabilmente si trattò inizialmente di gruppi di cavalieri mandati in avanscoperta, seguiti più tardi dai guerrieri. La preponderante presenza di uomini nella migrazione verso occidente fa pensare a un’invasione armata con intento di colonizzazione. Difatti quei maschi si accoppiarono con le femmine figlie di agricoltori trovate in Europa, dando origine a nuove famiglie stanziali. A loro volta gli Yamnaya discendevano da cacciatori – raccoglitori della steppa russa e da loro simili dell’area caucasica o iraniana. Al momento dell’incontro – scontro, gli Europei erano più evoluti a livello alimentare e sociale e i caucasici a livello linguistico e dei trasporti.

Ipotesi delle prime forme d’agricoltura nell’Anatolia

E gli italiani? Figli dei “turchi”

Questo vale per i centro – europei, ma noi italiani? Un recente studio genetico dell’Università di Bologna di dice che le peculiarità del patrimonio genetico italico risalgono a circa 19.000 anni fa. In piena era glaciale, quando sulla penisola circolavano ancora i mammuth meridionalis (grandi il doppio dell’elefante asiatico), gli italiani del Nord si sono geneticamente differenziati da quelli del Sud sulla base della forte differenza climatica: i primi hanno adattato il metabolismo e i secondi i geni che regolano la colorazione della pelle. Cosicché al Sud si hanno anche oggi meno tumori cutanei e al Nord meno diabete e obesità. Lo studio ha evidenziato, su un campione di 40 individui che rappresentano le variabilità biologiche italiane, la presenza di più di 17 milioni di varianti genetiche. Gli italiani settentrionali si sono differenziati dai meridionali quindi prima che in Europa arrivassero agricoltura, linguaggio evoluto, cavalli cavalcabili e carri. Gli stessi ricercatori che hanno fatto studi sia su individui contemporanei sia su antichi reperti del 2200 e del 1930 a.C., evidenziano come le differenze geniche rilevate tra italiani del Nord e del Sud siano paragonabili a quelle esistenti tra popoli del nord e del sud Europa: come dire che uno svedese e un greco presentano tante differenze genetiche tra loro quanto un veneto e un siciliano: le diversità tra francesi o tra britannici sono la metà di quelle riscontrate tra italiani, mentre nella popolazione danese sono quasi nulle.

Un precedente studio che ha coinvolto più di 30 università italiane e straniere e 48 ricercatori, svolto sulle diversità genetiche di 1.500 italiani, rivela che benché le differenze presenti tra regioni diverse siano molto basse, le analogie maggiori si vedono tra individui di aree geografiche vicine. Si tratta comunque di differenze molto limitate, dal momento che – guardando alla popolazione mondiale – se si prendono due individui a caso, il loro patrimonio genetico avrà mediamente 1 sola differenza contro 999 somiglianze.

Grazie a queste ricerche sappiamo che il patrimonio genetico degli italiani è dato (al pari degli altri europei) da tre gruppi ancestrali: i cacciatori- raccoglitori migrati dal Caucaso nel Mesolitico (migrazione indoeuropea di 24.000 anni fa), gli agricoltori del Neolitico venuti dall’Anatolia 9.000 anni fa, i pastori nomadi Yamnaya arrivati dalle steppe 5.000 anni fa. La presenza di geni degli avi agricoltori dell’Anatolia è del 56% nella gente del Sud Italia, del 72% in quella del Nord e di oltre l’80% negli abitanti della Sardegna. I geni dei nomadi delle steppe russe invece costituiscono oggi il 27% del DNA dei toscani, il 25% di quello dei bergamaschi, il 12% dei siciliani e il 7% dei sardi.

Per gli italiani sono stati trovati altri due gruppi di avi più recenti, il cui patrimonio genetico è presente soprattutto nel Meridione: nel primo caso si tratta di altri popoli caucasici arrivati nel Sud 4.000 anni fa dai Balcani, quindi prima della colonizzazione greca che diede origine alla Magna Grecia; gli ultimi sono popoli nordafricani e mediorientali arrivati circa 1.300 anni fa con le colonizzazioni islamiche. A proposito delle popolazioni del Centro Italia (Toscana esclusa) si è anche riscontrata più similitudine con quelle del Sud.

Da quali antichi geni siamo composti? (credit Alessandro Corlianò)

Tutti gli italiani hanno anche geni arabi

Più in generale (come si vede dagli omini del disegno) il patrimonio genetico di un settentrionale deriva in gran parte dai primi agricoltori anatolici, poi dai caucasici delle steppe, dagli arabi e in minima parte dalla prima migrazione indoeuropea del Mesolitico. I geni dei meridionali invece derivano in gran parte dalle migrazioni dalle steppe caucasiche, poi dagli agricoltori neolitici con presenze più consistenti di influssi arabi e substrato indoeuropeo antico. I sardi sono un caso a parte: in loro è presente un sostanziale patrimonio genetico degli agricoltori neolitici arrivati dall’Anatolia a cui seguono i geni delle altre popolazioni con riflessi arabi più marcati rispetto ai settentrionali. Con una forzatura si potrebbe forse dire che la gente del Sud ha ereditato livelli più alti di testosterone.

I due Neanderthal più antichi d’Europa, trovati a Roma città. A sinistra la donna, a destra l’uomo

C’è più Neanderthal al nord

Altro dato curioso è la presenza di DNA del Neanderthal, il discendente dell’Homo Heidelbergensis che lasciò l’Africa 600.000 anni fa. Gli italiani che nel patrimonio genetico hanno più tracce neanderthaliane sono i settentrionali, poco dietro i meridionali e molto staccati i sardi. Questa razza si incrociò circa 50.000 anni fa con i Sapiens venuti dall’Africa. Oggi sappiamo che in Europa chi ha maggiori eredità neanderthaliane sono i popoli del Nord che hanno nel loro patrimonio l’8% di geni di Neanderthal più di noi. Nel mondo al pari degli europei del Nord ci sono gli asiatici.

In Italia i resti più antichi di Neanderthal vengono dal Centro e risalgono a 250.000 anni fa: si tratta di due crani trovati a Saccopastore (Roma). Il primo (quasi integro) è di una donna di circa 40 anni, l’altro è di un ragazzo tra i 25 e i 30 anni. La loro vita nella pianura romana vicino al fiume Aniene – oggi tra i quartieri Parioli, Nomentano, Monte Sacro e Tiburtino – dominata dal clima caldo-umido, aveva come compagni abituali rinoceronti, elefanti e ippopotami che si abbeveravano nei numerosi laghi vicino ai vulcani attivi. Questi due soggetti possiamo immaginarli intenti nei loro compiti quotidiani: lui a caccia con la lancia dalla punta di ossidiana vulcanica, lei accanto ai figli e ai vecchi a tener sempre vivo il fuoco su cui cucinava le prede.

Mandibola di Homotherium Crenatidens (estinto) rinvenuta accanto ai manufatti del primo italiano

Pugliese il primo italiano

Ma se vogliamo sapere chi è il primo italiano e anche il primo europeo (fino ad ora) dobbiamo andare in Puglia sul Gargano nelle cave di Pirro Nord ad Apricena in provincia di Foggia. Lì sono state trovate tracce del suo passaggio avvenuto attorno a 1.700.000 anni fa quando questi ominidi lasciarono l’Africa. Con loro vivevano tanti animali di cui sono stati trovati resti che da 1.700.000 anni arrivano a 1.300.000 anni fa: tigri dai denti a sciabola, elefanti meridionali, iene giganti, rinoceronti, giaguari, bisonti, cervi, daini, linci, cani, licaoni, cavalli, babbuini giganti, tassi, volpi, porcospini giganti, allodole, anatre, trampolieri, anfibi e rettili (trovati 14.000 frammenti solo di queste due ultime specie) oltre ad altre razze estinte. Le specie africane erano giunte nella nostra penisola attorno a 6 milioni di anni fa attraversando il Mediterraneo che nei tempi più remoti pare si sia prosciugato più volte. 

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