I baciamano a Gheddafi


Baciamano a Gheddafi

Berlusconi in buona compagnia

Mentre i quattro giornalisti italiani sequestrati ieri dai soldati lealisti (Elisabetta Rosaspina, Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera, Domenico Quirico de La Stampa e Claudio Monici di Avvenire) sono stati liberati da altri soldati lealisti, sulla testa del fuggiasco Muhammar Gheddafi pende una taglia di un milione 200.000 euro. E in casa nostra il Silvio Berlusconi che oggi incontra in prefettura a Milano Mahmoud Jibril, primo ministro del Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt), fino a pochi mesi fa (a rivoluzione iniziata) si dichiarava amico fraterno del discusso rais. Nei suoi 42 anni di potere, con Gheddafi si sono intrattenuti tanti capi di Stato per ovvie relazioni diplomatico-commerciali; ma solo il nostro premier gli ha baciato la mano in segno di deferenza. Non l’ha fatto TitoPompidou, non l’ha fatto MitterandSadat o Assad, non l’hanno fatto Breznev, Arafat, Saddam Hussein; non gli hanno baciato la mano Andreotti, D’Alema, Prodi, e nemmeno Nelson Mandela, Lula, Mubarak, Schroeder e Tony Blair. Chissà mai perché è venuto in mente proprio al potente Berlusconi quel gesto così ossequioso: quel 27 marzo 2010 si sarà fatto distrarre dalla tunica che nella nostra cultura è un abito femminile? Tuttavia la foto seguente documenta un altro baciamano significativo: quello che nel 2009 a Gheddafi fece uno dei terroristi che il 21 dicembre 1988 abbatterono a Lockerbie in Scozia un Boeing 747-121 civile provocando la morte di 270 persone: 259 a bordo dell’aereo americano Pan Am (di cui 189 statunitensi) e 11 colpiti a terra dai rottami del velivolo. Il volo collegava Londra a New York. Sedici giorni prima della strage l’ambasciata Usa in Finlandia era stata avvertita da un uomo con forte accento arabo che aveva telefonato annunciando un attentato su un volo americano da Francoforte a New York e dicendo che una donna finlandese avrebbe inconsapevolmente portato a bordo l’esplosivo al plastico, di cui effettivamente si trovò traccia in una valigia. Nello schianto dei rottami sulle case della cittadina scozzese si formò un cratere lungo 47 metri. Dell’attentato furono accusati Abdel Basset Alì al-Megrahi ufficiale dei servizi segreti libici e capo della sicurezza della compagnia Libyan Airways (l’uomo che in questa foto bacia la mano a Gheddafi per ringraziarlo di aver fatto pressioni per la sua liberazione) e Lamin Khalifah Fhimah responsabile della stessa all’aeroporto di Malta. Dopo 11 anni di forte embargo internazionale, il dittatore si decise a consegnare i due che furono processati: solo il primo venne giudicato colpevole e condannato all’ergastolo. Ma dopo 10 anni, per supposti motivi di salute, l’attentatore fu scarcerato. Al sesto giorno di rivoluzione libica il ministro libico per la giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil dal suo rifugio londinese ammise che a comandare l’attentato era stato Gheddafi.

Va detto che 8 anni prima, il 27 giugno 1980, potenze occidentali avevano ordito un attentato allo stesso Gheddafi mentre con un suo jet privato stava per entrare nello spazio aereo italiano. La vendetta, diceva qualcuno,è un piatto che va servito freddo. Quell’operazione provocò per errore l’abbattimento del Douglas DC-9 dell’Itavia al largo dell’isola siciliana di Ustica in cui morirono 81 persone tra cui 5 bambini. L’aereo con a bordo Gheddafi, arrivato all’altezza di Malta, fece invece un’improvvisa virata e rientrò in Libia. Si seppe poi che i servizi segreti italiani avevano avvertito il rais dell’agguato sui cieli del Belpaese. E a proposito di Ustica, nel 1990 al giornalista Rai Mimmo Lombezzi, Gheddafi disse: Ringrazio gli italiani per avermi salvato la vita. Ma i tempi cambiano e altri aerei sono protagonisti di questa storia infinita: otto caccia italiani da 5 mesi bombardano e lanciano missili in Libia cercando di colpire il dittatore a cui in precedenza l’Italia aveva salvato la pelle. Il presidente Napolitano e il ministro della Difesa La Russa hanno da sempre detto che le nostre non sono azioni di guerra. L’importante è dire al popolo ciò che urta meno la sua sensibilità.

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