Le prime città private


Nascono le prime città private

Benvenuti nel neo feudalesimo

Che vivessimo nel mondo dei fumetti era noto: un mondo dove noi siamo i buoni e, di volta in volta, ecco materializzarsi il grande cattivo che vuol distruggere il mondo; un mondo in cui altri buoni, per diventare sempre più ricchi, avvelenano ogni cosa; un mondo dove se non si fa guerra a qualcuno non si è contenti e dove poche industrie sono proprietarie di ingenti risorse mondiali e poche banche tengono per la gola interi Paesi. Ma mancava ancora un dettaglio: la città privata. Il gruppo imprenditoriale padrone della vita e delle cose dei suoi cittadini – dipendenti: il ritorno al feudalesimo. E così, visto che la fantasia non è esclusiva italiana, la prima città privata del nostro pianeta sta per vedere la luce dall’altra parte dell’Atlantico, in Honduras. Anzi, le prime tre, ispirate alla charter city dell’economista statunitense Paul Romer.

Grande un terzo dell’Italia tra Guatemala, El Salvador e Nicaragua, lo Stato centroamericano sta per cedere parte della sovranità nazionale ad alcune multinazionali estere, che in cambio del potere quasi assoluto su quel territorio, promettono lavoro e benessere in uno dei Paesi più poveri del mondo.

Che significa privatizzare una città?

Vuol dire che le tre città artificiali (la prima sorgerà accanto all’attuale Puerto Castilla, dalle strade in terra battuta), avranno una loro polizia, un loro tribunale, batteranno la loro moneta e godranno leggi autonome in materia di ordine pubblico, amministrazione civica, fisco, politica dell’immigrazione. Insomma molto più che zone franche, create nei paesi dell’America Latina dagli americani per produrre i loro beni e servizi a costi irrisori facendo concorrenza agli stessi lavoratori americani con la scusa di portare ricchezza negli Stati poveri del terzo mondo. I padroni delle polis non saranno più i cittadini gestiti dai loro amministratori democraticamente eletti, ma alcune multinazionali, come il gruppo di investitori statunitensi Mgk, che per questo esperimento stanzierà inizialmente 15 milioni di dollari. Amministratori locali, diversamente da quanto avviene nel resto del pianeta, saranno nove persone che vengono definite indipendenti: ma risulta difficile credere che in una città che ha un padrone dichiarato, ci possano essere amministratori indipendenti. Nel Medioevo il giudice o il capo del Comune potevano forse essere in disaccordo con la Signoria che li aveva messi in quel posto? Ai cittadini sarà data la possibilità di votare le decisioni  amministrative, ivi comprese le firme di accordi internazionali su commercio e politiche di immigrazione. Tutto rigorosamente autonomo rispetto al governo centrale dello Stato.

Prima del via definitivo del progetto dovrà esprimersi la Corte Suprema, che non valuterà tuttavia le proteste degli indigeni Garifuna e di gruppi civici locali, fermamente contrari alla cosa.

Ecco nel dettaglio il progetto della cosiddetta città modello, un’isola industriale all’interno di un Paese sovrano. Il 4 settembre 2012 il governo del presidente Porfirio Lobo Sosa, ha firmato l’intesa con i nuovi partner stranieri, cedendo loro tutti i diritti su quel territorio, tranne il diritto alla sovranità nazionale in materia di Difesa, le relazioni internazionali, il tema elettorale e l’emissione di carte d’identità e passaporti. Per il resto le città modello (chiamate nei documenti ufficiali Regione Speciale di Sviluppo) saranno come Paesi esteri all’interno dello Stato, che tuttavia avrà il potere di approvare o meno le leggi e le convenzioni locali.

Cosa dicono i fautori delle città modello

Si doteranno di tecnologie per produrre e dare servizi di alto valore aggiunto in un ambiente stabile, con regole trasparenti capaci di attrarre investimenti interni e stranieri, per crescere rapidamente, ridurre le disparità sociali, dare servizi alla popolazione (educazione, salute, sicurezza e infrastrutture). Juan Orlando Hernández  presidente del Congreso nacional de Honduras dice:  Il progetto porterà nel 2013 almeno 13.000 nuovi posti di lavoro, 30.000 nel 2014 e 45.000 nel 2015. Se la città sarà ben amministrata – dice l’economista Romermilioni di abitanti si daranno da fare per farla crescere, con benefici per tutti.

Cosa dicono gli oppositori

E’ una burla di Stato; è la cessione di parte del territorio nazionale con tutta la popolazione che vi abita. E’ la violazione della sovranità nazionale e del rispetto e della promozione dei diritti umani, anche quelli della popolazione indigena. L’Organizzazione Fraterna Nera Onduregna parla di un progetto di 100 km quadrati di territorio nazionale ceduto al capitale finanziario internazionale per permettergli qualsiasi tipo di illegalità tra cui il lavaggio del denaro sporco.

I padroni della città modello

Ed ecco chi saranno i padroni di queste città modello. I primi finanziatori arrivano dalla Corea del Sud che ha consegnato al governo ecuadoregno 4 milioni di dollari per lo studio di fattibilità dei lavori che dovrebbero iniziare nell’ottobre 2012, a cui seguiranno altri 15 messi dall’Mgk group, colosso statunitense delle costruzioni immobiliari. Nella prima città sorgeranno inizialmente aziende tessili, di montaggio, call center e centri di elaborazione dei dati.

Secondo l’amministratore delegato della holding americana Michael Strong: Il giorno dell’accordo sarà ricordato come il giorno in cui l’Honduras è diventato un Paese sviluppato. Nelle città modello dove sorgeranno le aziende e gli alloggi per i lavoratori, si svilupperanno chiese, scuole, cliniche, negozi, ristoranti

Per il presidente del Congresso honduregno, Juan Hernandez, la città modello, creerà 5.000 posti di lavoro nei primi sei mesi e 200.000 in seguito. E dopo Puerto Castilla, gli altri due siti privatizzati sorgeranno nella Sula Valley e nel sud del Paese.

Ma l’Honduras non è una terra pacifica…

Perchè l’Honduras è tanto piaciuto ai finanziatori americani e coerani al punto da convincere le autorità locali a cedere la sovranità di tre città? E’ bellissimo, è vero, ed essendo povero ha una mano d’opera a buon mercato. Ma è anche il Paese col più alto tasso di omicidi del mondo (86 morti ammazzati ogni 100.000 abitanti – 135 nella sola città di San Pedro Sula – un numero 20 volte superiore a quello degli USA), al punto che il sito viaggiaresicuri.it del Ministero degli Esteri italiano suggerisce ai connazionali che intendano andarci, di segnalarlo all’Ambasciata italiana di Tegucigalpa, così da poter avviare più facilmente le ricerche in caso di bisogno; suggeriscono poi di evitare di uscire soli dopo il tramonto, anche perché un residente su 7 è armato (un milione di armi leggere in circolazione). Inoltre è un Paese poverissimo ed è zona di transito della droga per gli Stati Uniti, con tutto quel che ne consegue. E’ repubblica presidenziale retta dal 2009 dopo un golpe e libere elezioni, dal presidente Porfirio Lobo Sosa, di centro-destra. Quel che ha attratto gli investitori è stata piuttosto la possibilità di gestire in completa autonomia e fuori dalle leggi dello Stato, di mercato e sindacali, i lavoratori- cittadini delle tre città modello che diventeranno probabilmente dei bunker produttivi dove sarà impossibile entrare senza il lasciapassare. Mai prima d’ora, ufficialmente, industrie e centri finanziari avevano avuto a loro totale disposizione non solo la mano d’opera, ma le famiglie intere dei dipendenti, la loro vita e la vita sociale di una intera città. Una prova generale di globalizzazione della società di domani, ceduta totalmente alla finanza. Un modello che presto sarà esportato in altre aree del mondo sottosviluppato, nel nome della globalizzazione che tutto divora. Chi ha ideato il termine città modello era lungimirante: può essere letto come città ideale, ma anche come banco di prova…

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7 risposte a “Le prime città private

  1. Piaccia o meno, le città private sono il futuro. La pianificazione statalista è fallita in tutto il mondo , generando corruzione ed inefficienza (ad oggi l’80/90% dei Piani Regolatori disegnati da pianificatori pubblici restano inattuati, come è d’obbligo quando un gruppo di Demiurghi pensano di poter prevedere e, anzi, determinare lo sviluppo delle città per decenni) . Con le città private questo non succede: ogni città ha regolamenti diversi e se a qualcuno non ne piace una (servizi o sistema d’istruzione inadeguati alle proprie esigenze, costi troppo alti, o, più semplicemente qualità della vita giudicata insuffficiente) può sempre SCEGLIERNE un’altra. Liberamente. Questa, caro Brumat, si chiama libertà, e, mi creda, prima di scrivere su argomenti che non si conoscono sarebbe bene informarsi.E, per carità, non parliamo di colonialismo…

    • Stando agli ultimi dati disponibili, in America sta avvenendo una rivoluzione urbanistica che finirà con il coinvolgere anche la politica, o meglio la filosofia della politica e il concetto stesso di Stato. Già da diversi anni, infatti, un numero crescente di cittadini americani, stanchi per l’insicurezza, il degrado urbano e la pessima qualità dei servizi forniti dalle amministrazioni municipali, hanno iniziato a fare da soli, organizzando la propria vita collettiva in maniera del tutto indipendente: riunendosi in associazioni, creando aree cittadine inaccessibili agli estranei indesiderati, stabilendo liberamente le proprie regole di convivenza, provvedendo a tutte le loro necessità (compresi il rifornimento idrico, la pulizia delle strade, le scuole, la sicurezza), e arrivando a spingere la loro richiesta di autonomia fino a pretendere di essere esentati dal pagamento delle imposte comunali.
      Queste Enclave private, una delle ultime si chiama “Ave Maria”, in Florida, sembrano aver risolto tutti i problemi che assillano gli inferni urbani delle città statalizzate: grazie ai controlli all’entrata la criminalità è quasi scomparsa, l’inquinamento è inesistente, tutto è perfettamente pulito e in ordine. Non è quindi un caso che negli ultimi 30 anni sono stati costruiti negli Usa 150mila città private, in cui vivono 30 milioni di persone, un americano su otto! Cifre, secondo alcuni, destinate a raddoppiare nei prossimi dieci anni: Evan McKenzie, uno studioso che ha scritto un libro intitolato Privatopia – su questo argomento, sostiene che tali quartieri ospiteranno nel prossimo secolo il 30 per cento della popolazione americana. Alcune di queste città private contano decine di migliaia di abitanti: Sun City, in Arizona, ha 46mila residenti, dieci centri commerciali, piscine, parcheggi, pompieri, polizia, ospedali; la cittadina di Reston, nel Nord Virginia, ne ha 56mila; Disneyworld da Orlando, in Florida, è una città (estesa più o meno come San Francisco) interamente di proprietà della Walt Disney, che gode della più completa autonomia fiscale ed urbanistica, ed è visitata ogni anno migliaia di visitatori. Molte di queste città private sono mega-ospizi di lusso per gli anziani, situati per lo più nei caldi Stati della Florida, della California, del Texas e dell’Arizona.
      Per comprendere il modo in cui queste privatopie sono organizzate, basti pensare ad un enorme condominio allargato fino a comprendere tutte le strade circostanti, le zone pedonali, i giardini, i parchi, i parcheggi, e così via. Queste città sono private nello stesso senso in cui lo sono gli apparta-menti o gli edifici: così come senza il permesso del proprietario non si può entrare, allo stesso modo non si può penetrare liberamente in una città privata. E come il condomino deve rispettare il regolamento condominiale, così il residente deve rispettare le leggi condominiali. Nella città privata il Municipio è dunque costituito dall’assemblea condominiale dei proprietari. In altri casi la città è in proprietà di un unico soggetto, il quale sarà incentivato, al fine di attirare il massimo numero di abitanti e di poter alzare i canoni d’affitto, a governarla nel miglior modo possibile, e ad emanare le regole interne più in sintonia con le esigenze dei residenti.
      I regolamenti interni delle privatopie sono talvolta molto rigorosi: alcune città private, infatti, non accettano bambini, animali, oppure possono imporre di colorare la casa in un certo colore, o di tagliare l’erba del giardino in determinato modo, e così via. In tutto questo non vi è nulla di illiberale o autoritario, perché, a differenza delle città statalizzate, le cui regole sono imposte dai politici e dai burocrati, le città private sono abitate da persone che unanimemente hanno scelto di viverci proprio perché gradiscono le sue regole interne, e volontariamente hanno deciso di sottoporsi alla giurisdizione di questi governi contrattuali. Sottoscrivendo il contratto d’acquisto dell’appartamento, infatti, il residente aderisce contestualmente ad un pacchetto di clausole che lo obbligano a rispettare determinati obblighi e a versare le somme necessarie per il mantenimento dei servizi di comune utilità.
      Se le privatopie continuano a diffondersi a questa velocità, le conseguenze politiche potrebbero essere dirompenti, fino a sconvolgere i tradizionali canoni della filosofia politica e del diritto pubblico. Le città private, infatti, da un lato fanno diventare realtà i sogni dei fautori dello Stato minimo o della scomparsa dello Stato, e confutano la dominante teoria dei beni pubblici, secondo cui solo lo Stato sarebbe in grado di fornire i beni d’utilità generale. Le città private dimostrano invece che non vi sono limiti a quello che la società civile è in grado di creare attraverso l’associazionismo volontario e la libera contrattazione. Vengono così meno gran parte delle motivazioni con cui gli Stati pretendono di giustificare le loro richieste di tassare e regolamentare i comportamenti dei propri cittadini, le cui richieste di autonomia rappresentano allora la risposta a problemi d’insicurezza e di degrado del territorio ai quali lo Stato, a causa delle manchevolezze e delle inefficienze insite nella proprietà pubblica e nell’azione burocratica, non è in grado di porre rimedio, e che hanno origine nell’impossibilità per le popolazioni residenti, prive di diritti di proprietà sulle aree pubbliche, di controllare i propri spazi di vita.
      Dall’altro lato, le città private rappresentano qualcosa di molto vicino ad un reale contratto sociale. Qui non siamo infatti in presenza, come nelle nostre attuali democrazie, di un truffaldino contratto sociale alla Rousseau, che nessuno in realtà si è mai sognato di stipulare, se non i giacobini di destra e di sinistra. Al contrario, nelle privatopie il contratto sociale trova per la prima volta attuazione non come fasulla “volontà generale”, ma come insieme di reali e liberi atti di consenso prestati da individui in carne ed ossa.
      Alla fine di questo processo, oggi solo agli inizi, il modello uniformante di Stato che conosciamo potrebbe uscirne completamente modificato, per lasciare il posto ad un ordine pluralista, fondato su relazioni non verticali e gerarchiche ma orizzontali e paritarie (come i patti federali e il contratto privatistico, tanto per fare due esempi lampanti), in cui i singoli individui potranno scegliere il livello di governo territoriale più idoneo alle proprie esigenze. Un bell’esempio per capire come la società libertaria del futuro potrebbe funzionare.
       

      • Caro architetto Bertolazzi, nel ringraziarla per la sua dotta dissertazione sulle città private americane, non posso non sottolineare un tratto comune (forse non a tutte, ma a molte) di queste città: la presenza, eccome, del demiurgo che lei attribuisce alle città diciamo abituali. Nel caso americano c’è sempre un fondatore privato: per Ave Maria in Florida è stato l’attivista religioso Tom Monaghan che pose simbolicamente al centro della city una grande chiesa e vietò per esempio nella sua città la vendita dei contraccettivi. Posto che la chiesa è sempre stata al centro delle comunità umane fin dalle prime pievi medievali, è l’uso di una filosofia personale o di clan che viene adottata nelle città- comunità a spaventarmi. Mentre in una Boston o in una Vercelli il regolamento comunale si rifà ai diritti e ai doveri dello Stato nazionale, qui le regole di convivenza sociale (non quelle essenziali, ben inteso) sono dettate da privati: e questo lascia spazio alla fantasia del fondatore o di chi ne segue le orme.
        Che la città privata di Sun City in Arizona abbia una popolazione per il 98,44% bianca con solo l’1% di ispanici e lo 0,51% di neri, mi suggerisce che forse quelli che qualcuno da noi chiamerebbe “abbronzati” lì non si trovino tanto bene; che l’imprenditore Robert E. Simon abbia chiamato una new town in Virginia con le sue iniziali Reston (Res town) facendone nel ’64 la prima città comunitaria moderna degli Stati Uniti non è di per sé negativo, ma se vediamo che il reddito pro capite dei suoi abitanti nel 2007 era di 80.000 dollari contro i 50.000 degli Usa, vuol dire che è un “ghetto” di benestanti. Insomma quel che voglio dire è che queste città private mi suggeriscono l’idea non di una comunità allargata, ma al contrario ristretta: di gente che si isola dal resto della popolazione, dove c’è una sorta di pensiero unico (estremizzo).
        Lei parla di liberi atti di consenso espressi dai residenti all’atto di accettare le regole delle privatopie; e indubbiamente è così perché nessuno obbliga qualcuno a risiedere in una città privata. Ma quello che mi suggeriscono queste realtà urbane di cui parlava già nel 1902 l’urbanista inglese Ebenez Howard nel libro “Garden Cities of Tomorrow”, è il passaggio dai “quartieri bene” super blindati e protetti da mura e vigilanza armata che proliferano non solo nell’intero continente americano ma in tutte le aree in cui le differenze tra ricchi e poveri sono fortissime, alle vere e proprie città in cui è chiesta un’accettazione quasi fideistica dell’idea del loro fondatore e dove ad esempio possono non essere tollerati i bambini o i prati all’italiana o le case di color giallo… Personalmente mi hanno sempre spaventato le comunità chiuse: non devo ricordare i casi di fanatismi anche estremi vissuti in alcune di queste negli Stati Uniti… Parliamo tanto di integrazione indispensabile in un mondo che si è aperto proprio grazie alla globalizzazione imposta da finanza e multinazionali e poi ci barrichiamo, ci isoliamo e alziamo muri?
        Dopo di che, gli americani sono liberi di trasformare in private tutte le città che vogliono: quella è casa loro. Per me New York potrebbero anche chiamarla Pepsy City e bandire l’uso della bevanda concorrente. Il mio discorso critico è rivolto alla creazione in uno Stato straniero, non solo di un modello, ma di un territorio fisicamente indipendente e soggetto a regole altrui. Ribadisco quindi il concetto di colonizzazione rispetto alla città dell’Honduras. Honduras non è uno Stato degli Usa, ma un territorio indipendente e quindi creare lì una città privata, con regole straniere, è una sorta di colonizzazione. E’ quanto accaduto per esempio nell’Italia sconfitta nella seconda guerra mondiale, quando il governo di Roma è stato costretto a cedere porzioni del territorio nazionale sulle quali la sovranità da allora non è più italiana, ma di una forza militare straniera. Capisco che per urbanisti e architetti questi nuovi esempi di impianti urbani costituiscano interessanti stimoli e opportunità, ma io ne faccio una questione squisitamente sociale e mi preoccupa tutto ciò che mi sembra sfuggire alle regole di una democrazia largamente condivisa. Consapevole che il pubblico è più che mai imperfetto, ho sempre grande diffidenza per il privato: perché se il pubblico presuppone maggiori regole e vigilanza, il privato di per sé è appunto… privato. E nessuno può metterci il becco: al massimo può traslocare.

  2. La corruzione e il menefreghismo di tutti gli apparati dello stato (di tutti gli stati), portano a immaginare soluzioni di questo tipo per cercare di lavorare in santa pace!

  3. E’ incredibile! stiamo tornando indietro di 100 anni! Non abbiamo capito niente , avidità e solo avidità! Allora proprio non esiste in noi il gene dell’evoluzione ma solo quello dell’ego!

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