La calligrafia di Dante


Le firme di Brunetto Latini, Dante Alighieri, Guido Cavalcanti e Dino Compagni

Sperando non si riveli una burla o un falso, in questi giorni a Mantova in un archivio familiare è comparsa una pergamena che riporta la data 1295 e presenta una frase con firma nientemeno che di Dante Alighieri. Se autentico, questo documento sarebbe la prima e al momento unica testimonianza diretta di un testo scritto di suo pugno. Oltre a Dante (all’epoca trentenne) il frammento di documento è firmato da Brunetto Latini (notaio, letterato e politico di 75 anni), Guido Cavalcanti (poeta e filosofo di 37 anni) e Dino Compagni (scrittore e storico di 49 anni): tutti fiorentini che si conoscevano personalmente e che costituivano il non plus ultra della letteratura italiana del tempo.

Il testo era la parte terminale della risposta scritta a una disputa sul senso dell’utilizzo in lingua volgare della congiunzione ma, preparata per alcuni grammatici dell’Università di Bologna, la prima sorta nel mondo (1088). Evidentemente i cattedratici bolognesi avevano chiesto chiarimenti ai dotti autori del Dolce Stil Novo.

Dino Compagni

 La frase significativa dice: Ego Dantes Allaghery laudam et me subscripse. Ossia: Io Dante Alighieri approvo e sottoscrivo. Lo stesso confermano gli altri tre letterati tra cui Latini che fu il maestro di Dante e morì lo stesso anno in cui sottoscrisse queste regole grammaticali.

Brunetto Latini

Brunetto Latini si firmò Burnectus Latini notaruot Pandam atque schripte; Dante: Dantes Allaghery e Dino Compagni: Dinus Chenpangni minimus Doctorum me subscript; e Cavalcanti: Guido de Cavalcantibus subscribe.

Guido Cavalcanti

Il professor Rodolfo Signorini, storico dell’arte e membro dell’Accademia Nazionale Virgiliana, è stato il primo a studiare la pergamena che ora chiede diventi assolutamente patrimonio della comunità ed essere acquisita dalla biblioteca locale o dall’Archivio di Stato.

Firme leggibili

Dante Alighieri

Nel Duecento pochi sapevano scrivere e chi lo faceva, evidentemente usando una penna d’uccello (in genere d’oca a cui si toglievano le cosiddette barbe), doveva avere molta perizia per evitare macchie e sbavature e andava dosato il tempo usato per la scrittura di ogni parola. Quindi le firme del tempo erano leggibili.

La penna per scrivere era un prodotto tecnologico, costruito con perizia e pazienza. Le prime prove infatti avevano dimostrato che tenere la punta naturale non serviva e che l’estremità inferiore andava tagliata rendendo la punta piatta, quindi si creava un gradino da ambo i lati per impedire la fuoriuscita completa dell’inchiostro appena toccato il foglio. I propellenti per la scrittura erano due: il nerofumo ottenuto con carbone, gomma arabica e acqua; e l’inchiostro ferro – gallico che si otteneva dalle escrescenze della quercia ricche di tannino. Entrambi davano un colore nero.

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