Dal letto dei potenti al plotone d’esecuzione


La provocante Margaretha Geertruida a inizio carriera nei primi ‘900

Se avesse scelto di chiamarsi col suo nome di battesimo, Margaretha Geertruida avrebbe certo stentato ad affermarsi nel mondo del potere che voleva a modo suo dominare traendone ricchezza e vantaggi. Così la giovane olandese (frisona) che di cognome faceva Zelle, decise di assumere un nome d’arte che l’accompagnò per tutta la sua breve vita interrottasi nel peggiore dei modi a 41 anni. Figlia di un possidente che ad un tratto perse tutto, per la ragazza nata nel 1876 fu scelta la carriera di maestra elementare. A cambiare il suo destino furono le eccessive moleste attenzioni del direttore della scuola, per cui Margaretha fu inviata da uno zio a L’Aia dove a 19 anni rispose all’annuncio matrimoniale di un baffuto inglese, capitano dell’esercito, tale Rudolph Mc Leod di 20 anni più vecchio, che sposò l’anno dopo andando a vivere ad Amsterdam a casa della cognata prima di partire per la colonia olandese di Giava dove il marito era stato inviato. Dopo 3 anni la famiglia (marito moglie e una figlia, mentre il secondogenito fu avvelenato per errore da una domestica) rientrò in patria e si separò. Lei e la bambina si trasferirono a Parigi dove Margaretha per mantenersi, per un anno fece la modella di un pittore e anche la prostituta prima di tornare in Olanda. Nel frattempo le autorità le tolsero la figlia ritenendola una madre poco adatta. E l’anno dopo era di nuovo a Parigi: evidentemente aveva maturato l’intenzione di sfondare se, con tutti i soldi racimolati, riuscì a introdursi nell’alta società divenendo l’amante del barone Henri de Marguérie che le pagò la permanenza al Grand Hotel. Lei però non amava la parte della mantenuta, o forse ambiva a salire più in alto, così convinse il suo amante a presentarle l’impresario circense Molier. Una sera a casa Molier, lei che a Giava aveva imparato le danze orientali, si esibì in un conturbante balletto liberandosi uno ad uno di tutti i veli che la coprivano, entusiasmando i partecipanti e venendo assunta come amazzone in un circo. Di carnagione scura, aveva capelli e occhi neri, alta 1,75, non era bella, ma certo disinibita e aveva un gran fascino. Le voci a Parigi girarono subito e poco dopo fu invitata per una serata a casa della cantante russa Kiréevsky che organizzava spettacoli di beneficienza: lei si presentò col nome dell’ormai ex marito, Lady Mc Leod. Poi al Grand Hotel le arrivò l’invito del celebre orientalista Emile Guimet che le chiese di ballare la danza di Shiva nel suo museo di arte asiatica il 13 marzo 1905. Per quella che Guimet spacciò per la prima interpretazione di quella danza in Occidente, le propose un nome d’arte: da allora in poi si sarebbe chiamata Sole, che in lingua indonesiana si traduceva in Matahari. Di lì a entrare come artista di punta de Les Folies Bergères e del Moulin Rouge, il passo fu breve, ma si esibì perfino all’Olympia di Parigi. Intanto la invitavano alle feste private nobili e ricchi borghesi e non le mancarono certo le avventure: con un giovane barone Rotschild, col banchiere francese Felix Rousseau che le mise a disposizione il castello di Esvres preso in affitto. Ebbe particolare successo in Spagna e in Germania dove all’Opera di Monaco dopo un’esecuzione i compositori Jules Massenet e Giacomo Puccini si dichiararono suoi ammiratori. A Berlino divenne amante del ricco ufficiale prussiano Hans Kiepert che le organizzò spettacoli a Vienna, Londra, Alessandria d’Egitto dove lei comperò una pelliccia di tigre che poi spacciò per suo trofeo di caccia in India. Sul finire del 1911 la ballerina Mata Hari si esibì al Teatro alla Scala di Milano esprimendo il suo talento seduttivo in sei diverse rappresentazioni. Tentò però invano di sedurre professionalmente compositori come Pietro Mascagni e Umberto Giordano che non vollero collaborare con lei, così tornò a Les Folies Bergères. Nel 1913 fu nuovamente in tour in Italia a Roma, Napoli e Palermo nei panni della gitana. E nel ’14 a Berlino dove nella stanza d’albergo scrisse il libretto del balletto La chimera. Non fu un successo perché arrivò presto la guerra. Raggiunse la Svizzera diretta in Francia, ma al confine fu rispedita a Berlino come indesiderata dal momento che i tedeschi avevano invaso il Belgio intenzionati a raggiungere Parigi. Incontrato a Berlino un industriale olandese (aveva perso denaro e bagagli) non le fu difficile farsi dare i soldi per raggiungere l’Olanda dove facilmente divenne amante di un banchiere e poi di un barone. La vigilia di Natale 1915 eccola a Parigi amante di un ufficiale belga, ma il 14 gennaio 1916 col permesso di soggiorno scaduto, fece ritorno in casa sua a L’Aja e lì venne avvicinata dai servizi segreti tedeschi nella persona del console Hans von Kremer. Da allora per l’Intelligence tedesca Mata Hari era l’agente H21. Il suo primo incarico fu dare informazioni sull’aeroporto francese di Contrexéville che raggiunse facilmente col pretesto di far visita al suo amante Vadim Masslov, capitano russo ricoverato in città. Gli spostamenti della celebre ballerina non passarono inosservati al controspionaggio francese e inglese e il 10 agosto a Parigi il suo nuovo amante Jean Hallaure militare e agente segreto, la fece parlare con il capitano Georges Ladoux capo di una sezione del controspionaggio. Per un milione di marchi (cifra stratosferica) si fece convincere a passare informazioni ai francesi. Operò per tutto il 1916 come spia doppiogiochistia finché i tedeschi la scoprirono e, usando un codice che sapevano essere stato decriptato dai francesi, la “bruciarono” dandogliela in pasto come agente H21 in un finto messaggio captato dalla stazione radio sulla tour Eiffel. Rientrata a Parigi nel gennaio 1917, dopo 11 giorni in cui fu lasciata girare, ma sempre pedinata, i francesi l’arrestarono.

Provocante fino alla fine

Mata Hari arrestata a 40 anni. Foto segnaletica

Fino all’ultimo tentò di sedurre gli uomini: agli agenti presentatisi nel suo albergo per condurla in carcere, chiese di fare una doccia e al termine gli si presentò nuda offrendo cioccolatini a tutti. Così facendo non si sa se cercò di catturarne l’attenzione come se quella visione avrebbe potuto annullare un ordine militare, o fu l’ultimo tentativo di suscitare ammirazione nei maschi. In ogni caso, come si vede nella foto segnaletica della polizia, a soli 40 anni appariva appesantita e prostrata, non più all’altezza dei suoi momenti migliori. 

Negli interrogatori dei testimoni davanti al tribunale militare in piena guerra, fu scaricata da tutti, compreso Ladoux che disse di aver sempre saputo che era al soldo dei tedeschi e quindi mai l’avrebbe reclutata nei servizi. Finì sbattuta nella cella n.12 del peggior carcere cittadino, quello di Saint-Lazare, in compagnia di topi e pidocchi.

Condannata a morte anche in appello e respinta la domanda di grazia, all’alba del 15 ottobre 1917, elegante e assistita da due suore, da un prete, l’avvocato, tre dottori, un capitano e i gendarmi, la regina della danza orientale finita dall’empireo nella polvere, fu portata dal direttore nel cui ufficio scrisse una lettera alla figlia, una all’amante russo Vladimir Maslov e all’ambasciatore francese in Olanda Jules Martin Cambon: lettere che non furono mai recapitate. Poi tre furgoni scortati dai dragoni a cavallo raggiunsero il castello di Vincenne dove alle 6,30 l’attendevano i soldati schierati. Non disse niente, solo rifiutò la benda salutando tutti con cenni della mano prima che la legassero a un palo davanti al plotone di esecuzione.

Per dodici palle

Mata Hari nell’esibizione al museo Guimet di arte asiatica il 13 marzo 1905

Nella sua esistenza durata 41 anni, Margaretha Geertruida Zella condì i suoi discorsi con immagini mirabolanti fingendo una vita molto più avventurosa di quella che comunque ebbe e mentì molto a tutti passando dal letto di un potente all’altro, incurante di condannare a morte per i propri interessi personali – come spia – la vita di migliaia di persone durante la guerra. Nonostante questo al processo disse: Adoro gli ufficiali, li ho adorati per tutta la vita, ma preferisco essere l’amante di un povero ufficiale piuttosto che di un ricco banchiere… Provo un piacere immenso ad andare a letto con loro senza dover pensare al denaro… Prostituta sì, spia mai.

E quando fu condannata a morte fece perfino una battuta: E’ la prima volta che vendo la mia pelle per dodici palle. Nell’allusione alla sua professione – aveva ammesso in tribunale di essere una cocotte (prostituta) – si riferiva alle palle in piombo dei moschetti.

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