Fidarsi dei propri ricordi? Solo se freschi


Pompei

C’è una data, il 24 agosto del 79 dopo Cristo, che ci dice quanto le informazioni storiche possano essere a volte sbagliate. E’ la data ufficiale dell’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano, Oplontis (l’odierna Torre Annunziata) e Stabia (Castellammare di Stabia), città abitate forse da 40.000 persone, tra residenti e ricchi villeggianti romani. Una data che per quasi 2.000 anni è stata considerata vera, anche perché a scriverla fu nientemeno che lo scrittore e senatore romano Plinio il Giovane, testimone oculare del drammatico evento. Peccato che quando raccontò i fatti in due lettere al suo amico storico Publio Cornelio Tacito, di anni ne erano passati 30. Quindi l’anno sì doveva essere il 79, ma mese e giorno con tutta probabilità non erano il nonum kal. septembres – ovvero 9 giorni prima delle calende di settembre (come scrisse) cioè il 24 agosto, ma probabilmente il 24 ottobre. E questo per tre motivi tecnici: il ritrovamento negli scavi di una moneta certamente posteriore ad agosto 79 (la moneta si riferisce alla 15^ acclamazione di Tito imperatore che avvenne dopo l’8 settembre di quell’anno), il ritrovamento di frutta secca autunnale evidentemente in uso come pure i bracieri per il riscaldamento delle stanze, e l’emergere di un’epigrafe nella Casa con giardino che a carboncino si riferiva al 17 ottobre. Insomma il comasco Gaio Plinio Cecilio Secondo, che a diciassette anni prestava servizio nella vicina Miseno nell’accademia militare della base navale della flotta imperiale tirrenica comandata dal padre adottivo Plinio il Vecchio, vide sì a 38 km di distanza la colonna di fumo e lapilli alzarsi dal vulcano per 26 chilometri – la descrisse come un pino (probabilmente marittimo) prima di ripiombare al suolo a cento km orari; ma 30 anni dopo ricordò la data in modo approssimativo. Difetto di memoria, errore più che umano, che ancora una volta avvalora la supremazia del metodo scientifico rispetto alla semplice memoria dei fatti vissuti, sebbene in prima persona.      

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