Galeotto fu il castello padovano


Dodici anni prima di sposarla a Roma, il principe Umberto II di Savoia (il futuro re di maggio) conobbe sui Colli Euganei in provincia di Padova la principessa Maria José figlia del re del Belgio. La incontrò la prima volta a villa Corinaldi (oggi Castello di Lispida) in località Monticelli tra Monselice e Battaglia Terme: lui aveva 13 anni, lei 11. Fu l’anticipazione del solito matrimonio combinato dai genitori, usanza delle famiglie regali per sancire un’alleanza dinastica, ed ebbe luogo in piena prima guerra mondiale, pochi mesi dopo la ritirata italiana da Caporetto e dal fronte orientale; oltretutto nei pressi di una città già bombardata dall’aviazione austriaca. Esiste un carteggio tra gli ambasciatori dei due paesi per stabilire la data dell’incontro precisando che sarebbe avvenuto senza la presenza di ministri, in forma privata.

Perché i due si conobbero in provincia di Padova? Per tre motivi. Il primo: re Vittorio Emanuele III aveva scelto quella villa come nuova residenza e sede del comando supremo, dopo che nel dicembre 1917 il quartier generale di villa Giusti a Padova era scampato ad un raid aereo. La nuova dimora del re soldato, proprietà del patriota conte Leopoldo Corinaldi, fu preferita in quanto lontana dai centri abitati e abbastanza nascosta tra colli, vegetazione e vigneti di una tenuta di 90 ettari. Il secondo: da un anno la principessina frequentava un collegio a Firenze e suo padre, che voleva restituire la visita fattagli sul fronte occidentale da Vittorio Emanuele III nel settembre 1917, in questo modo assieme alla consorte avrebbe potuto agevolmente rivedere la figlia a metà strada per evitare alla bambina un estenuante e pericoloso viaggio fino a Bruxelles. Il terzo e più importante motivo era prendere tutti visione dei due prossimi sposi reali.

Nel piazzale solo due auto e due carabinieri

Dal 25 gennaio 1918 al 7 luglio 1919 finché rimase al castello, il re ricevette a Villa Corinaldi molte visite importanti: i reali del Belgio, suo suocero Nicola I il re poeta del Montenegro, Edoardo VIII principe di Galles, il presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando: tutti comodamente ospitati nella grande e vicina villa Selvatico Emo Capodilista.

A castello, come raccontavano le cronache, il sovrano dormiva in una piccola stanza e i principi giocavano all’aperto con i figli dei contadini. La mattina presto lui partiva in auto per visitare le truppe al fronte o i feriti negli ospedali militari, portando con sé una modesta colazione in cui erano sempre presenti le cipolle cotte (ottimi disintossicanti, antinfiammatori e diuretici). Il basso profilo della residenza di Lispida era plasticamente riassunto dalla consueta presenza sul piazzale di due sole automobili con altrettanti carabinieri di guardia.

Ojetti e i volantini su Vienna – Il “maestro” Diaz

Della permanenza del re a castello ci restano le immagini tratteggiate dal giornalista Ugo Ojetti, (qui in una sua foto con dedica scattata a San Pelagio) capoufficio stampa del comando supremo e membro del Servizio P (Propaganda) che tra l’altro scrisse il testo dei 350.000 volantini lanciati su Vienna il 9 agosto 1918 da 8 biplani comandati dal suo amico Gabriele D’Annunzio, partiti dal castello di San Pelagio sempre in provincia di Padova.

Ricordava Ojetti che la nuova sede era più nascosta anche agli italiani che fino a poco prima avevano affollato ad Abano il quartier generale nell’hotel Trieste&Victoria, nei cui corridoi A stento venivano tenuti lontani deputati e giornalisti dalle stanze del generale Diaz o del generale Badoglio.

Ojetti descrisse anche la serenità del re quando il 2 novembre 1918 raggiunse in sala da pranzo gli ufficiali riuniti per cena, con le carte militari spalancate sulla credenza: le stesse carte poi alzate sul muro per riuscire a seguire le continue avanzate delle truppe italiane che rincorrevano gli austroungarici in ritirata. Come un maestro alla lavagna, il generale Diaz indicava quei successi salendo con una lunga canna fin quasi al soffitto. 

La visita segreta dei reali e della poggiolina

In piena guerra e fino al giugno 1919 la principessina belga Maria José studiò a Firenze nel prestigioso Collegio femminile di Santissima Annunziata a Poggio Imperiale (sontuoso antico complesso architettonico) dove entrò a 10 anni il 22 marzo 1917 per uscirne a 13 a guerra finita. Le studentesse, chiamate poggioline, erano bambine e ragazze nobili o comunque di famiglie altolocate, provenienti da tutta Europa. Mademoiselle, come la ragazzina belga, allegra, scandalosa e istintiva veniva chiamata, fu celebre per le sue intemperanze e per far ridere tutte chiamando ogni sua amica mio caro maialino. I genitori l’avevano allontanata dal fronte occidentale (in foto le altezze reali belga e italiana: Alberto I assieme al re d’Italia in Francia) per metterla al sicuro e perché in quell’educandato di lusso imparasse l’italiano, visto che sarebbe andata in sposa all’unico figlio maschio dei Savoia. In seguito in quel collegio la regina Elena consorte di Vittorio Emanuele III e sua futura suocera, si recò spesso a farle visita.

Il Papa geloso e i bambini “in mostra”

Quando il 7 febbraio 1918 la piccola  Maria Josè, partita in treno da Firenze arrivò a destinazione in provincia di Padova, trovò ad accoglierla alla stazioncina di Battaglia Terme l’aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, il conte Vittorio Solaro del Borgo che in auto la condusse al castello dove con un grande abbraccio fu salutata dalla regina Elena di Savoia: la bambina si stupì nel vederla vestita di lana alla campagnola, mentre lei che non era certo una sovrana, indossava un elegante abito blu, con mantella e ampio cappello di raso. Quella della famiglia reale belga fu una visita segreta, non solo per evitare i rischi di bombardamenti o attentati, ma anche per nasconderla al Papa Benedetto XV che si era mostrato molto seccato quando l’avevano informato che Alberto intendeva incontrare il re d’Italia, ma non il vicario di Cristo! In quella occasione re Alberto I del Belgio ed Elisabetta Gabriella di Baviera presentarono la loro bambina ai sovrani italiani perché valutassero l’oggetto della trattativa matrimoniale; e lo stesso fecero i Savoia facendo conoscere il loro figliolo ai futuri consuoceri. Non si sa come si approcciarono i ragazzi: l’uno molto compito, l’altra vivace, ma comunque educata come richiedeva il suo ruolo. Probabilmente in quella situazione imbarazzante furono sopraffatti dalla timidezza forse stemperata dai giochi dell’età. Per temperamento tra i due era lei ad apparire la più decisa, tanto da far precisare anni dopo a Benito Mussolini chi fosse in famiglia a “indossare i pantaloni”.  

I principi aspettarono il 24 ottobre 1929 per fidanzarsi ufficialmente a Bruxelles: il giorno dopo in quella città Umberto scampò all’attentato di un italiano. Il matrimonio fu celebrato a Roma l’8 gennaio 1930. Nella foto sul piazzale di Lispida il re con a fianco il figlio Umberto nell’uniforme di ufficiale della Marina, davanti al generale Armando Diaz. Video fidanzamento nel 1929 e matrimonio di Maria José e Umberto II nel 1930

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